Terrorismo e vita in diretta. Giornalismo o intrattenimento?

Roidi vittorio***di Vittorio Roidi, 21 novembre 2015 – Quando i mezzi di informazione sono di fronte a fatti eccezionali si pongono due questioni: qualità e quantità. Dalla soluzione di entrambe dipende se essi (stampa, radio, tv, Internet) rispondono in modo accettabile ai propri compiti. Di fronte alla guerra tuttociò diventa più drammatico.

Il discorso sulla qualità dell’informazione è relativamente semplice: spetta ai giornalisti trovare le notizie, verificarle e diffonderle dando loro la visibilità che meritano e usando le tecniche delle quali dispongono. Prendiamo le “straordinarie dei tg”. La carta stampata non può fare questo. Sono rarissime ormai le edizioni fuori orario dei quotidiani, perché è quasi impossibile attivare velocemente redazione, tipografia, stampa, distribuzione.

Radio e tv, invece, di fronte ad un evento di eccezionale gravità, che magari si sta ancora svolgendo – come le sparatorie al centro di Parigi del 13 novembre  e l’assalto all’hotel Radisson di Bamako –  interrompono la programmazione e danno le prime notizie. Se si sentono in grado, proseguono e vanno avanti. Altrimenti rinviano l’ascoltatore alle successive edizioni (o ai canali all news).

Nel momento in  cui un canale televisivo interrompe i programmi in corso, è indispensabile che ai microfoni arrivino i giornalisti. Si cambia tecnica; entrano in funzione i cronisti e i corrispondenti; la redazione cerca e controlla le informazioni, l’uomo o la donna mandati in studio lavorano senza rete, devono affrontare da soli le difficoltà, la mancanza di certezze, di notizie dettagliate  e di immagini, o magari vedono essi stessi sul video immagini arrivate dall’esterno, di non facile interpretazione.

Nel caso in cui vada avanti questo servizio giornalistico l’efficacia e la bontà del lavoro dipenderanno dunque da una serie di fattori. Altrimenti la qualità si abbasserà. Nelle ore e nei giorni successivi si innesterà poi un’altra questione: inondare il più possibile il canale tv di informazioni o lasciare spazi sempre più consistenti, per ripristinare almeno una parziale normalità. E’ ciò che sta accadendo. Da più parti si vuole una vita normale, si scende nelle piazze, si supera la paura, si dice che i terroristi non riusciranno a “toglierci le nostre abitudini, il lavoro, la cultura, ciò che fa la nostra vita e la nostra felicità”.

Qui nasce il problema di quantità. Lo hanno i giornali stampati, portati a moltiplicare il numero delle pagine, anche se la carta costa molto e il tempo per la lettura è limitato. In molti direttori compare una voglia di strafare, di battere la concorrenza offrendo dieci, trenta, cinquanta articoli, anziché misurare e dosare le informazioni.

La televisione ha risposto in questi giorni <allagando> i propri canali. Anche la rete principale. Dopo le inadeguatezze mostrate durante le prime terribili ore, sono comparsi dappertutto Isis, guerra, Francia eccetera. L’esempio più significativo: nella “Vita in diretta”, abbiamo visto Marco Liorni e Cristina Parodi dedicare agli eventi di Parigi gran parte del programma: interviste, ospiti in studio, collegamenti con gli inviati anche esterni alla Rai.

Allora si pongono varie osservazioni: è giornalismo o intrattenimento quello che si vuole fare? E perché non si lascia il campo alla “testata”, ma si confondono i compiti con quelli della rete? Si ascoltano anche buone cose, ma la quantità chi la decide? Perfino alla radio, i singoli programmi, ciascuno con i propri conduttori tuttofare, si accavallano per parlare sempre degli stessi fatti e argomenti. E’ questa la normalità che la Rai vuole testimoniare? C’è qualcuno in azienda che ha studiato il problema dell’ansia, dell’allarme, della preoccupazione, che simili affastellamenti possono generare, anziché stemperare e battere?

Poiché il nuovo vertice di viale Mazzini non è solo organo di gestione, ma anche editore, batta un colpo e spieghi chi deve fare che cosa e in quale misura uomini e mezzi vadano utilizzati di fronte alla guerra e al terrorismo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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