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Parigi, la Waterloo dello spionaggio occidentale

Troppe segnalazioni generiche e troppa poco credibilità o fiducia tra servizi segreti sul fronte anti califfato, scrive Ennio Remondino. C’è chi, come il Financial Times, inizia ad interrogarsi su cosa abbiano fatto i servizi di sicurezza occidentali contro la minaccia dichiarata e nota dell’Islamic State. Dov’ erano e che facevano le spie europee, salvo spiarsi l’una con l’altra? Domanda che – non è la prima volta – non ha ancora ricevuto una risposta soddisfacente. Perché, parliamoci chiaro, i presidi militari o di polizia non bastano da soli alla sicurezza dei cittadini se non preavvertiti in qualche modo della presenza di un sospetto in determinate circostanze di tempo e di luogo. Certo non si può far spogliare una folla di turisti o di pellegrini, tanto più se residenti del posto, per accertarsi che nessuno indossi sotto il giubbotto una cintura esplosiva (nandocan). 

Remondino Ennio***di Ennio Remondino, 18 novembre 2015 *- I precedenti noti di Abdelhamid Abaaoud, il 27enne belga di origini marocchine, forse la testa delle stragi parigine. Segnalazioni tra polizia e servizi che si perdono da un Paese all’altro. O Mehdi Nemmouche, il jihadista franco-algerino accusato di aver ucciso quattro persone a colpi di pistola al museo ebraico di Bruxelles, in contatto col primo. Tutto noto ora, ma la caccia avviene dopo, a drammi compiuti. Segnali ripetuti di minaccia. Sospetti che eludono la sorveglianza elettronica e a cui non viene data la caccia. Cinque degli otto di Parigi avevano un noto ‘profilo ad alto rischio’, sospettati di aver combattuto per Isis in Siria. Eccetera eccetera.

TENTAZIONI DI GRANDE FRATELLO – Quali sarebbero state le lacune nel sistema? Monitoraggio dei social media inadeguato, lancia tra gli esempi il FT dal Regno Unito dove, le tentazioni di ‘grande orecchio’ sono forti. Un Grande Fratello ancora più invadente? Forse più un problema di fare ‘intelligence’ intelligente. Va detto che la saggezza del dopo è sempre facile, ma alcuni casi sono oggettivamente clamorosi. Jan Jambon, il ministro belga degli interni, ha ammesso che le forze di sicurezza “non hanno il controllo della situazione nel quartiere di Molenbeek”. Una ammissione che spiega molto. Ad esempio perché il Belgio ha più combattenti stranieri di qualsiasi altro stato del continente.

ALLEATI MA NON FIDATI – La questione fiducia, che non è uno slogan, ma metro di credibilità. Del Belgio di fatto meglio non fidarsi. Della Turchia? Ankara aveva avvertito la Francia tre volte negli ultimi 13 mesi sulla potenziale minaccia di Bataclan Mostefai. I francesi non hanno chiesto ulteriori dettagli ai Turchi fino a dopo l’attacco. Lo scambio di intelligence con la Turchia rimane una sfida per i paesi europei che combattono Isis, dati i precedenti supporti concessi dal governo Erdogan alle formazioni radicali anti Assad e certe tendenze islamiche del leader. Poi le segnalazioni dei servizi iracheni. Reali, purtroppo, ma troppo generiche per servire a qualcosa.

LE ARMI PER ISIS IN FRANCIA – Il 5 novembre, una settimana prima dell’attacco, un 51enne montenegrino è stato fermato per un controllo di polizia in Baviera. La sua auto era carica di granate, armi automatiche, esplosivo e munizioni. E il suo ‘navigatore’ stradale aveva come destinazione un indirizzo di Parigi. Un grosso carico di armi avrebbe dovuto allertare le forze di sicurezza francesi, rileva Financial Times. Vero anche se, forse, suggerito da altri servizi segreti alleati ma non molto amici. Sino a poco tempo fa del resto si narrava della ostilità e non collaborazione tra i capi e i due servizi segreti francesi. Qualcuno dovrà scoprire qualche altarino.

CINTURE ESPLOSIVE DEI KAMIKAZE – Altra questione posta, e da tempo: le sostanze utilizzate per fabbricare le cinture esplosive che hanno usato al Bataclan e allo Stade de France. Probabile che si sia trattato di ‘TATP’, perossido di acetone, un esplosivo altamente instabile utilizzato anche nel secondo attentato del 2005 a Londra. Dopo gli attentati di Londra e Madrid la vendita di sostanze che possono essere utilizzate a costruire ordigni è stato monitorato. In alcuni Paesi esistono limiti alla vendita di sostanze chimiche vendute in quantità sufficiente per costruire una bomba. Il possibile ‘dual use’, doppio uso di sostanze o macchinari. Un tempo la bomba atomica di Saddam, ma quella non esisteva.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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