Strage a Parigi: i nostri Tg in ritardo e insufficienti

Dal sito di “Giornalismo e democrazia”, una severa critica dell’ex Presidente della federazione della Stampa Vittorio Roidi all’inadeguatezza dei telegiornali italiani “quando c’è da seguire un evento eccezionale e improvviso” (nandocan)

Roidi Vittorio***di Vittorio Roidi,16 novembre 2015 – E’ stato praticamente un flop . La sera del 13 novembre l’apparato dei nostri canali televisivi ha fatto molta fatica a svolgere la sua funzione di informazione. Un disastro. Si sono salvati solo Enrico Mentana, che si è buttato per primo in video, e Antonio Di Bella che ha sostenuto quasi da solo il peso del Tg1. Hanno stentato i canali all news (discreti Sky tg 24 e Rai news 24). Hanno praticamente rinunciato i canali di Berlusconi. Non era facile, ma è mancato tutto: organizzazione redazionale, supporti, uomini capaci di andare a braccio. Gli attentati dell’Isis, insieme con i terribili problemi che hanno provocato nel cuore dell’Europa, hanno dimostrato che il sistema dell’informazione, pur nell’era trionfalistica di Internet, stenta a svolgere i propri compiti quando c’è da seguire un evento eccezionale e improvviso.

E’ mancata clamorosamente la capacità di fare cronaca. La Rai, il colosso dell’editoria del Paese, ha pagato a caro prezzo la mancanza di cronisti e di mezzi. L’aver indebolito le sedi dei corrispondenti (per risparmiare soldi, nella convinzione che all’occorrenza siano sufficienti le agenzie) ha impedito di seguire i fatti che stavano accadendo nelle strade della capitale francese. Fra le 21,40 e la mezzanotte, i grandi canali hanno stentato.

Mentana, ha affrontato la diretta con determinazione, anche perché stava già per andare in onda con il suo “Bersaglio mobile”. Se l’è cavata, grazie all’esperienza e alla professionalità che ha sulle spalle, supportato presto da Peter Gomez che lo ha aiutato nelle prime analisi. Non c’erano mezzi né collegamenti possibili, ma sulla scorta delle immagini che mettevano in onda i francesi, ha tenuto la prima botta, che è anche la più difficile.

Mentre il Tg2 si è limitato ad una “straordinaria flash” e ha subito ripreso i programmi previsti, Tg1 e Tg3 sono partiti quasi contemporaneamente.

Maurizio Mannoni ha lanciato la “straordinaria” del Tg3 intorno alle 22, 45, riuscendo ad avere per primo un intervento di Antonio Di Bella (ex direttore della testata ed oggi corrispondente) dalla capitale francese.

L’edizione straordinaria del Tg1 è partita alle 22,47, dopo la partita di calcio Belgio-Italia. Cecilia Primerano, con un buon approccio, è apparsa sicura di sé ma era sola e le arrivavano poche informazioni. Quando è sopraggiunto al Tg1 Antonio Di Bella ha cominciato a tempestarlo di domande, anche se era evidente che neppure lui possedesse una redazione capace di supportarlo. Si è andati avanti a tentoni – forse anche mossi dall’intento di quando non si vuole allarmare il pubblico – captando le notizie che arrivavano sui video francesi (che avevano utili sovrascritte). In realtà, la gravità dei fatti narrati accresceva via via la sensazione di inadeguatezza del prodotto informativo che si era in grado di offrire all’ascoltatore. Si aggiornavano i numeri dei morti, dei feriti, degli ostaggi e si segnalavano le prime reazioni (Obama, Mattarella, Renzi) e si cercava di interpretare le immagini che arrivavano. Una situazione difficilissima da gestire – quando i fatti stanno avvenendo e non si hanno gli strumenti per conoscerli – ma l’imbarazzo è apparso evidente, eccessivo per il prestigio di grandi redazioni

Non c’erano reporter in giro per la città, collegati magari con smartphone tuttofare. Non c’erano notizie dagli ospedali. A lungo non si è ascoltata nessuna voce dallo stadio, dal quale arrivano le immagini di persone spaventate, ma neppure una testimonianza. Non si è fatto neppure ricorso a ciò che stava avvenendo in Internet e ciò la dice lunga sul reale aiuto che la Rete può dare in circostanze eccezionali. Nelle ore successive sono cominciati gli interventi in studio, un format in cui la Rai è bravissima, ma che viaggia troppo lontano dai fatti.

Qualche anno fa qualcuno ha pensato che i cronisti non servissero più. “C’è l’Ansa, c’è Internet, anzi, ci sono i social network con migliaia di voci” avevano detto i responsabili della tv. Invece non è così. Mentre è chiaro che il piccolo schermo è ancora la fonte principale delle notizie per milioni di cittadini, è altrettanto evidente che il sistema non regge, non offre un servizio sufficiente (e la Rai ne ha l’obbligo!). I canali all news sono poco frequentati dagli spettatori, che ancora è dai telegiornali tradizionali che attendono di essere informati. Di fronte ad eventi gravissimi ci vogliono redazioni addestrate, reti di collaboratori agguerriti, strumenti di lavoro immediati, per raccontare (e poi spiegare) in tempo reale dove, come e quando i terroristi stanno sparando.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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