Attentato a Parigi: come spiegare ai bambini che si può costruire un futuro diverso

bambini e attentato ParigiUn compito delicato e impegnativo per genitori e maestri. Come se non bastasse la difficoltà di bilanciare con autorevolezza e  buon senso gli stimoli quotidiani all’aggressività che provengono dai video games e dal manicheismo violento di film e racconti di fantasia che imperversano nel mercato dei prodotti per l’infanzia (nandocan)

 

Farigu Chiara***di Chiara Farigu, 16 novembre 2015* – Siamo frastornati, impauriti e confusi per quanto è successo a Parigi venerdi notte. Non riusciamo a comprendere il perché di tanto odio, di tanta barbarie. Le notizie che ci giungono sono tante, troppe. Giornalisti, politici, economisti, sociologi, teologi, opinionisti e chi più ne ha più ne metta, da giorni si affannano ad analizzare, spiegare ma soprattutto a snocciolare la loro interpretazione dei fatti propinandoci contraddittorie ricette su come sarebbe giusto agire e/o reagire. Aumentando, come se non bastasse già, confusione alla confusione. E paura che presto potrebbe accadere anche a noi. Soprattutto in occasione del Giubileo.

E se siamo frastornati, confusi e impauriti noi adulti a maggior ragione lo sono i bambini. Non solo i francesi, ma i bambini di tutto il mondo, compresi i nostri.

Bombardati da notizie e immagini cruente, impossibile per loro poterle decodificare senza il sostegno appropriato, la giusta rassicurazione. Come fare e soprattutto a chi spetta questo compito così delicato e impegnativo?

Non sempre i genitori sono le persone più adatte allo scopo. Probabilmente sono proprio le meno indicate. Troppo coinvolti e quindi poco obiettivi per affrontare temi scomodi come la guerra, il terrorismo, la morte e riuscire a far superare, senza traumi, questa fase così pregna di scossoni emotivi.

Ecco che ci si affida alla scuola, alla sensibilità dei docenti e, in casi particolari, al supporto degli psicologi. Non ci sono ricette giuste o preconfezionate, ma certamente partire dall’ascolto è senza dubbio un buon inizio. Ascoltarli, farli parlare, sentire quanto hanno dentro, quanto hanno assimilato attraverso le immagini crude trasmesse dalla televisione o attraverso i dialoghi degli adulti.

Dai loro racconti si potrà comprendere quanto la loro sfera emotiva sia stata compromessa e di quanto sostegno necessiti per riassestarla. Per questo non devono trovarsi dinanzi adulti a loro volta confusi o spaventati ma persone rassicuranti che infondono fiducia o, come viene definita “autorevolezza del vivere” , vale a dire non lasciare spazio all’idea che ci si trovi in balia di un mondo cattivo.

Un/a maestro/a saprà certamente trovare il modo, il tempo, lo strumento e la metodologia adatta per intervenire: può essere attraverso il gioco, la narrazione di un racconto, colorare la sequenza di una storia, cantare una canzone, scrivere e scambiarsi messaggi, condividere la merenda, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Dalla sua sensibilità, disponibilità e competenza saprà trovare la via giusta per rispondere al bisogno di protezione degli alunni che in questi giorni è stato compromesso. E, ripeto, qualora ne riscontrasse la necessità, farsi affiancare dal sostegno di un professionista competente come uno psicologo o uno psicoterapeuta.

Non si tratta di spiegare ai bambini la giusta visione della realtà (cosa di difficile attuazione anche per gli adulti) quanto di ricondurre le loro osservazioni ai principi generali di rispetto delle diversità, religiose e culturali, favorire sentimenti di solidarietà, cooperazione e rispetto per le idee e le opinioni di tutti. Perché solo coltivando questi sentimenti si può sperare di costruire un futuro diverso, senza barriere, senza egoismi. Cominciando dai piccoli comportamenti quotidiani, a scuola, in famiglia, con tutti.

Non si tratta neppure di minimizzare ciò che è avvenuto, ma di comunicare una fiducia nell’umanità che si contrappone allo scoramento, alla paura e ai sentimenti di vendetta che possono trovare terreno fertile in questi momenti. Neppure si tratta di negare il Male. Il Male c’è e, per ragioni egoistiche insite nell’uomo, spesso prevale sul Bene.

Il Miur ha invitato tutti, dalla scuola di base ai centri di ricerca, ad “un minuto di silenzio e ad un’ora di riflessione”. Indipendentemente dall’invito che viene dall’alto, ogni scuola, ogni docente, ogni specialista è chiamato a comprendere come, quando e quanto intervenire.

*da Alganews, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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