La solitudine di Max Fanelli

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Voglio pesare le parole. Per me la vita è sacra e deve essere difesa contro ogni violenza, cosa che purtroppo non accade nell’indifferenza del mondo. Ma al di là di ogni fede o convinzione filosofica, ritengo inumano e profondamente immorale obbligare qualcuno a sopravvivere senza speranza di guarigione in condizioni analoghe a questa. Battiamoci perché la legge sul fine vita venga approvata al più presto (nandocan).

***di , 11 novembre 2015* – Quest’articolo è un inno alla vita, alla sua bellezza, al suo valore profondo e incommensurabile. Quest’articolo è un atto d’amore nei confronto di questo nostro stare sulla Terra, di questo nostro essere fragili, soli, disperati, di questo nostro sciocco sentirci onnipotenti quando, in realtà, non siamo altro che dei fallibili esseri mortali pieni di dubbi.
Quest’articolo è dedicato a Max Fanelli: un grande, grandissimo uomo purtroppo malato di SLA e ormai condannato all’immobilismo assoluto, con a disposizione un solo occhio per comunicare col mondo attraverso un puntatore ottico, mentre la vita progressivamente si spegne, le forze vengono meno e le sofferenze divengono ogni giorno più atroci e insopportabili.
È un atto d’amore verso un uomo che ha trascorso l’intera vita a preoccuparsi e prendersi cura degli altri, fino ad andare in Africa da volontario per prendersi cura dei bambini abbandonati in Sierra Leone, fino a costituire l’associazione “I bambini di Jeneba”, esattamente un anno prima che gli venisse diagnosticato questo maledetto male che lo sta consumando da dentro.

È un inchino di fronte alla generosità di una persona il cui primo pensiero, dopo che gli era stato comunicato di essere affetto da questa malattia incurabile e devastante, è stato il seguente: “Ti trasformi in una candela accesa che lentamente scioglierà il tuo corpo fino a renderlo un mozzicone inutile, mentre la fiamma illuminerà la scena per fartela vivere interamente”.
È uno sguardo attento e ricco di rispetto verso una storia straziante e colma di dignità, verso un’esistenza vissuta con passione civile fino in fondo, anche adesso che sarebbe legittimo, forse persino giusto, lo scoramento, anche adesso che chiunque di noi, al suo posto, avrebbe ceduto alla disperazione e si sarebbe lasciato andare, anche adesso che Max avrebbe tutto il diritto di gridare, insultare, urlare con quella voce che non ha più, con quegli occhi che lacrimano, con quella tristezza che lo divora nel profondo, mentre ogni suo muscolo giace inerte all’interno di un corpo martoriato e assente.
È un’analisi accurata sul concetto stesso di pietà umana, sul valore dei sogni e delle idee, sull’immensità degli orizzonti di un piccolo eroe dei nostri tempi che anche in questo suo lento spegnersi non ha rinunciato a lottare, con le sue forze inesistenti eppure infinite, contro l’ingiustizia e la miseria, contro il disincanto, la cattiva politica e l’indifferenza che avvolge le vite distrutte di chi soffre in condizioni che non augureremmo nemmeno al peggior nemico, fino a rendere impossibile la vita dei suoi cari, trasformando un’agonia personale in uno struggente strazio collettivo.
Max Fanelli è immobile ma non serba rancore; al contrario, ringrazia la vita per ciò che gli ha regalato, spiegando che “la mia vita è stata bellissima, e spero che qualcuno possa trarne qualche spunto per realizzare i suoi sogni, come è successo a me”.

E quando una brava giornalista di “Panorama” gli ha chiesto conto della sua scelta estrema di sospendere i farmaci che lo tengono in vita, ha risposto: “Lottare significa per me puntare all’obiettivo. Sospendere le cure vuol dire aumentare il tono della battaglia, non rinunciare a essa”.
Una battaglia per la vita, dunque, non per la morte, da parte di un uomo convinto che “ognuno, soprattutto noi occidentali, abbia il dovere di contribuire al miglioramento della società. Io cerco di farlo per quella che sembra essere una vocazione individuale, studiando e preparandomi al meglio. Sempre sostenuto da valori non negoziabili: dignità, solidarietà e libertà”.
È la lotta di sempre contro l’ipocrisia, la stessa che conducemmo ai tempi di Piergiorgio Welby, quando quest’altro sventurato disse chiaramente in una lettera al Capo dello Stato di amare la vita ma di non considerare più tale quel suo insopportabile trascinarsi nella sofferenza e nella consunzione di un corpo ormai divenuto una gabbia.
È la stessa, tenace lotta condotta da Beppino Englaro per risparmiare alla figlia Eluana la tragedia di un coma irreversibile dal quale non si sarebbe più svegliata.
È la sfida di sempre fra chi considera la vita un dono e chi pensa di possedere non solo la propria ma anche quella degli altri e di poter decidere al posto loro in qualunque circostanza.
Per questo bisogna segare le sbarre di questa prigione di ignoranza e malafede e rilanciare la battaglia per la legalizzazione dell’eutanasia, smettendola di  chiamare “vita” una condizione nella quale nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi, nella quale nessuno di noi accetterebbe di vivere, alla quale tutti noi ci ribelleremmo invocando pietà per un corpo trasformatosi in nemico.

Quella di Max Fanelli, in conclusione, è la lotta, silenziosa e degnissima, di un guerriero della pace, di un sognatore indomito, di una persona meravigliosa che ha trascorso l’intera vita donandosi agli altri e che ora chiede alla politica un atto rivoluzionario: quello di fare altrettanto, di prendersi cura degli ultimi e di chi non ha più nemmeno la forza di urlare contro questa sconfitta collettiva della civiltà e del buonsenso.
È nostro dovere non lasciarlo solo, è nostro dovere batterci affinché la legge sul fine vita venga approvata al più presto.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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