La strategia del Papa per capovolgere in suo favore l’assedio di Vatileaks: giornali di strada e appelli al popolo.

Chi è davvero Bergoglio? Nel pittoresco linguaggio di Schiavazzi, l’ultimo capitolo della “rivoluzione vaticana” di Papa Francesco (nandocan)

Schiavazzi Piero***da Piero Schiavazzi, L’Huffington Post, 9 novembre 2015 – Il Papa non mette “all’indice”, non è più tempo. Ma punta l’indice, senza por tempo in mezzo, pronunciando parole che tranquillizzano i fedeli, non i curiali.

Nonostante i tentativi destabilizzanti, palesemente in atto da mesi, la situazione resta sotto controllo e non è sfuggita di mano: risulta questo il senso politico del bollettino di guerra diramato ieri all’Angelus, direttamente dal comandante in capo e con il viatico della benedizione finale. Andate in pace.

A tre giorni dalla pubblicazione dei volumi “Avarizia” e “Via Crucis”Bergoglio ha deciso di esporsi e farsi sentire in prima persona, in modo di per sé insolito per un pontefice ma non per chi proviene dalla terra di Perón, arringando una piazza “descamisada” e “caliente”, che lo applaudiva spoglia di giacca e di pullover nel tepore primaverile dell’estate di San Martino, un classico del novembre romano, ultima oasi di tregua climatica prima del lungo inverno in arrivo.

Se da un lato le affermazioni di Francesco ratificano la condanna di Padre Lombardi,Rubare quei documenti è reato, e destituiscono i due libri di qualunque imprimatur, ex post e tattico, dall’altro appongono però un visto strategico, ex ante, sui documenti medesimi, rivendicandone la paternità: “Io stesso avevo chiesto di fare quello studio”.

Davanti allo spettro di Vatileaks, che si riaffaccia e inficia il sogno delle riforme, bisognava esorcizzare all’istante il fantasma di un Papa debole, che ad esso si accompagna inevitabilmente. Dopo una sconfessione così “papale”, nella stagione in cui la liturgia medita i brani escatologici dell’Apocalisse, gli autori delle due inchieste non potranno assolvere il ruolo biblico dell’angelo vendicatore, al quale “è stato dato il potere di devastare la terra e il mare”.

Piuttosto, in maniera più terrena e terricola, potrebbero fungere da ruspe, nel delegittimare nonché rimuovere e rottamare una intera classe dirigente, che d’improvviso si scopre abusiva e in procinto di ricevere lo sfratto.

“Se un credente parla della povertà o dei senzatetto e conduce una vita da faraone, questo non si può fare”. Uno – due: Francesco ha scelto un giornale di strada e un discorso in piazza, per separare il proprio destino dal palazzo e prenderne le distanze una volta per tutte. I faraoni da oggi sono ufficialmente avvertiti che è iniziato un conto alla rovescia e non invecchieranno nelle piramidi delle loro dimore, divenute peraltro precarie e investite da un’ondata d’indignazione.

A riguardo, rientrando a Santa Marta subito dopo l’Angelus, il Papa si è trovato di fronte come ogni giorno l’attico del Cardinale Bertone, a due passi da lui, assurto a simbolo, anzi “Bastiglia”, di privilegi non più accettabili e ulteriormente procrastinabili.

La storia la chiamerà “ermeneutica dei metri quadri”, che meglio di qualsivoglia dissertazione teoretica e dissezione retorica fotografa e spiega la discontinuità, magari non teologica ma certo antropologica tra Bergoglio e la maggior parte di coloro che lo circondano.

“Voglio assicurarvi che questo triste fatto non mi distoglie certamente dal lavoro di riforma che stiamo portando avanti con i miei collaboratori e con il sostegno di tutti voi…”: sostegno collettivo della base e impegno effettivo dei collaboratori, dunque.

Un bivio dove sosta in attesa l’interrogativo di fondo del pontificato: “Chi è davvero Bergoglio?”. Un profeta dotato di visione ma privo di progetto, che alla stregua di Giovanni XXIII inaugura il cantiere del futuro e cerca tra i suoi un Paolo VI che ne organizzi e consolidi le architetture? Oppure uno stratega, un professionista leniniano della rivoluzione, che conquista il Palazzo d’Inverno una sera di marzo per poi constatare di essere isolato e appellarsi al popolo contro l’ira e congiura dei boiardi? Una domanda insinuata e rimasta insoluta per ora nel sole tiepido di un mezzodì d’autunno, dalla quale dipende tuttavia il domani della Chiesa, nell’orizzonte di inverni a breve e primavere tarde a venire.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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