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Afghanistan dei tradimenti Bombe sull’ospedale MSF chi ha indicato i bersagli?

Rapporto Medici senza frontiere sugli attacchi dell’aviazione Usa sull’ospedale di Kunduz. Secondo Msf, non erano in corso combattimenti nell’area dell’ospedale e non c’erano taliban nella zona. Altri due bersagli civili colpiti svela Washington Post. I bersagli furono indicati dagli afghani. Mentre il portavoce militare USA in Afghanistan esprime preoccupazione sulla solidità dei servizi segreti militari afghani, il  problema dovrebbe interessare anche l’Italia, dopo l’annuncio recente del presidente del consiglio che non solo conferma la nostra missione ma progetta di portare a 900 il numero dei militari italiani da invitare nella zona (nandocan)

***di Ennio Remondino, 7 novembre 2015 – “Un attacco condotto allo scopo di uccidere e distruggere”, dichiara Christopher Stokes, direttore generale di Msf. “Ma non sappiamo perché. Non abbiamo visto cosa è successo nella cabina di pilotaggio, né tra la catena di comando statunitense e quella afgana”. L’organizzazione Medici senza frontiere ha pubblicato il suo rapporto sugli attacchi del 3 ottobre da parte delle forze della Nato sull’ospedale di Kunduz, nell’Afghanistan settentrionale.

Secondo Msf, l’analisi dei fatti avvenuti, durante e immediatamente dopo gli attacchi aerei, dimostra che non c’era alcuna ragione per colpire l’ospedale. Non erano in corso combattimenti nell’area dell’ospedale e non c’erano miliziani taliban nella zona.

Il documento di Msf descrive una situazione tragica in cui i pazienti bruciano nei loro letti, il personale medico è preso di mira e colpito dagli aerei mentre fugge dall’ospedale. Alcuni medici sono stati uccisi mentre cercavano di raggiungere un’altra zona dell’ospedale nel tentativo di mettersi in salvo. Almeno trenta persone sono state uccise, tra loro 13 membri del personale medico, 10 pazienti e 7 persone non ancora identificate.

Il rapporto documenta le registrazioni delle telefonate sulle coordinate Gps e tra Msf e le autorità militari nel tentativo di fermare gli attacchi aerei. Sulla base del diritto internazionale umanitario, Msf aveva un accordo con le parti che prevedeva l’ospedale come zona neutra.

“Noi abbiamo rispettato gli accordi, il centro traumatologico di Medici senza Frontiere a Kunduz era un ospedale pienamente funzionante e al momento degli attacchi aerei erano in corso degli interventi chirurgici”, dichiara la dottoressa Joanne Liu, presidente internazionale di Msf. “Il divieto di accesso alle armi nelle strutture di Msf è stato rispettato e il personale ospedaliero aveva il controllo della struttura prima e durante gli attacchi aerei”.

Tra i 105 pazienti al momento dei bombardamenti, c’erano combattenti feriti di entrambe le parti in conflitto a Kunduz, così come donne e bambini. “Alcuni resoconti affermano che l’attacco al nostro ospedale era giustificato dal fatto che stavamo curando dei taliban. Per il diritto internazionale, i combattenti feriti sono pazienti, non devono subire attacchi e vanno curati senza discriminazioni”.

Ma non è stato l’unico attacco aereo degli Stati Uniti a causare danni significativo a Kunduz, rivela il Washington Post. Ore prima, aerei da guerra statunitensi avevano concentrato i bombardamenti su un magazzino e su una abitazione in aree residenziali densamente popolate. Gli attacchi ai tutti e tre i bersagli, ospedale di MSF compreso, erano stati chiesti dai comandanti afghani perché sotto attacco da parte di combattenti talebani.

I testimoni smentiscono. I tre attacchi sollevano interrogativi sulla affidabilità delle forze di sicurezza afghane, sui servizi di ‘intelligence’ forniti ai loro partner americani. Ed ecco perché ogni richiesta di supporto aereo da parte afgana deve/dovrebbe essere verificata in modo indipendente da militari americani.

Quattordici anni dopo l’intervento degli Stati Uniti che ha rovesciato il regime talebano, la raccolta di informazioni e il coordinamento tra le forze statunitensi e afghane resta una grande sfida. Informazioni scorrette dietro a numerosi episodi con vittime civili, o attacchi con vittime da ‘fuoco amico’. Adesso gli investigatori stanno esaminando come una cannoniera AC-130 americana possa aver bombardato un ospedale per più di un’ora.

Un attacco che Medici Senza Frontiere ha denunciato come possibile crimine di guerra.

Wilson Shoffner, portavoce militare Usa in Afghanistan, in un’intervista nella capitale, ha espresso preoccupazione sulla solidità dei servizi segreti afghani. “L’ «Intel afgano» è una delle loro lacune da superare per poter continuare a lavorare con loro per anni a venire”.

*da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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