Messico, vietato vietare la marijuana

La Corte suprema del Messico, bocciando la linea dura del Presidente Pena Nieto, ha dichiarato incostituzionale vietare la coltivazione della marijuana per uso ricreativo. Altre quattro sentenze simili e coltivare l'”erba” cesserà in quel paese di essere reato. La legalizzazione della cannabis come antidoto alla criminalità legata al traffico di droga, che in dieci anni ha fatto 100mila vittime nel Centro America. L’unico probabilmente efficace, visto il fallimento di tutti gli altri. Questo è quello che pensano in molti anche tra coloro che, come me, non hanno fatto né intendono fare uso di droga. Roberto Saviano con questa indicazione concludeva il suo libro intitolato “Cocaina”. E oggi, in Italia, l’associazione “Possibile” fondata da Civati ne ha fatto un punto importante del suo programma (nandocan).

Lauria Massimo***di Massimo Lauria, 5 novembre 2015 – La marijuana si può coltivare nel giardino di casa, la si può fumare per divertimento, ma non la si può commercializzare. È il succo della storica sentenza della Corte Suprema del Messico, che ha definito incostituzionale la norma che vieta la coltivazione della cannabis a scopo ricreativo. Ma per ora quella sentenza vale solo per i quattro giovani messicani che hanno fatto ricorso davanti all’Alta corte di giustizia. Quattro giudici contro uno hanno dato ragione al gruppo di pressione in favore della legalizzazione della cannabis.

Perché diventi un precedente giuridico in grado di trasformarsi in legge c’è bisogno di altre quattro sentenze simili. Solo a quel punto la possibilità di coltivare l’ “erba” sarà introdotta nel codice giuridico messicano e non sarà più considerata reato. Intanto un portone sulla strada dell’antiproibizionismo è stato spalancato. Una sveglia significativa per il Paese insanguinato dalla guerra del narcotraffico. Mentre resta contrario il presidente Enrique Pena Nieto, che sulla questione ha timidamente promesso l’apertura di un “dibattito più ampio”.

Minacce, ritorsioni, torture, sequestri e omicidi hanno segnato la storia più recente del Centro America. I narcos hanno ammazzato e spesso fatto letteralmente sparire oltre 100.000 persone in dieci anni. Una sporca guerra e un solo vincitore: i cartelli della droga. Il proibizionismo ha contribuito a ingrassare le tasche dei narcotrafficanti che “hanno rastrellato denaro e commesso terribili crimini”, ha detto alla Reuters il 27enne attivista Meliton Gonzales, che festeggia la sentenza fuori dal tribunale.

Marijuana, cocaina, eroina e crystal meth sono le principali fonti di reddito della criminalità organizzata. I morti per droga e l’aumento delle violenze fanno da macabro contorno. Le politiche sulla droga saranno la questione chiave nella corsa presidenziale del 2018. Ne è convinto Alberto Islas, un consulente per la sicurezza che si aspetta la completa legalizzazione entro i prossimi quattro anni. E intanto la decisione del tribunale potrebbe accelerare gli sforzi degli Stati messicani per cambiare le loro leggi sulla droga, ferme finora al dibattito sull’uso della marijuana terapeutica.

*da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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