A chi sparla dell’antimafia

mafia7

Scrivendo da anni in Sicilia, Rino Giacalone è uno dei colleghi che più hanno pagato di persona per garantire ai suoi conterranei il diritto di essere informati sulle vicende più oscure di Cosa nostra. Un professionista, che ha seguito processi difficili e non si è mai tirato indietro quando c’era una storia scomoda da raccontare. Come i 96 cronisti e direttori di giornale che, per aver portato a conoscenza del pubblico lo sconcio di Mafia capitale, sono stati denunciati da alcuni avvocati per violazione del segreto istruttorio e per aver pubblicato brani di intercettazioni. Alla prima udienza del processo che si svolge stamani a piazzale Clodio avranno a fianco decine di colleghi che porteranno davanti al tribunale romano la loro solidarietà. Ma questa, come scrive il portavoce di articolo 21 Giuseppe Giulietti,  “sarà solo la prima tappa di un percorso, deciso dal comitato per il #nobavaglio, che si è costituito nella sede della Fnsi, e che, oltre a manifestare solidarietà ai cronisti denunciati, contrasterà in ogni sede possibile, la delega assegnata al governo per riformare le norme sulle intercettazioni e dare una stretta al diritto di cronaca”. (nandocan)

***di , 4 ottobre 2015 – Sono stati questi ultimi per me giorni di tribolazioni, non ho potuto scrivere (e magari la cosa può anche far piacere, ci mancherebbe altro) ma ho potuto leggere e anche tanto per aver perduto il sonno. Solite cose da leggere viene da dire…in una terra dove la mafia impera, tanti facendo finta di parlare contro la mafia attaccano il movimento antimafia tirando fuori la solita roba di sciasciana memoria sui professionisti dell’antimafia.

Un fronte questo, quello dei tifosi di “questo” Sciascia, che scartano lo Sciascia che scriveva, “per difendere la democrazia e la libertà in Italia ogni giorno c’è da combattere una guerra…in Sicilia”, fronte che si è accresciuto paradossalmente trovando un comune denominatore in due storie diverse, opposte, il caso Saguto, giudice indagato con il bollino di conferma del Csm, e il caso Bulgarella, l’imprenditore trapanese, pisano di adozione, coinvolto da una indagine della Dda di Firenze e rispetto al quale il Tribunale del Riesame (e non dunque un collegio giudicante) ha tolto l’ipotesi di accusa di avere favorito con i suoi affari la mafia e Matteo Messina Denaro. Due vicende opposte rispetto alle quali tanti hanno messo sotto accusa l’antimafia.

Con ragionamenti peraltro contrastanti, il caso Bulgarella ha portato in tanti, anche giornalisti, a lamentarsi contro la solita fuga di notizie che finendo sui giornali produce, hanno detto, sentenze di colpevolezza. Il caso Saguto non è stato diverso negli esiti, anche in questo caso ci sono state ipotesi di accusa finite pari pari, come per Bulgarella, scritte sui giornali. E gli stessi che hanno commentato negativamente il caso Bulgarella sono magari gli stessi che hanno festeggiato per le notizie sulla Saguto. Delle due cose …una, chi pratica per netto convincimento la reprimenda contro la fuga di notizie, la deve applicare sempre. Come la penso io? Se vi interessa: a me piace vivere in un Paese dove qualsiasi attività pubblica comprese quelle giudiziaria e investigativa devono essere trasparenti.

A me piace vivere in un Paese dove se domani finissi in gattabuia, tutti lo devono sapere. Perché in caso contrario vivremmo nel Cile di Pinochet. Non sta a me giornalista fermare la penna quando sono in possesso di una notizia, se questa è fondata e rilevante, e dunque da rendere come dato conoscitivo alla pubblica opinione, va scritta (lo spiegava un certo Walter Tobagi che probabilmente alcuni giornalisti delle mie parti non conoscono). Deve essere la magistratura, perché di questo si parla in questi giorni, a trovare gli anticorpi per evitare la fuga di notizie. Guai a pensare che il problema si risolva mettendo il bavaglio alla stampa. Questa si chiama censura ed è in contrasto con l’art. 21 della Costituzione. E poi di quali fughe di notizie si sta cianciando. La Saguto quanto Bulgarella sono stati destinatari di provvedimenti, rimozione dall’incarico la prima, perquisizione il secondo, che per la loro natura sono diventati presto atti pubblici….

leggi tutto su articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti