Francesco e il sistema di potere

Papa Francesco Gotti TedeschiRoma, 4 novembre 2015 – “Cambiano i pontefici, ma il sistema di potere resta” dice al Corriere il professor Gotti Tedeschi. L’ex presidente dello IOR, collaboratore di papa Benedetto XVI, è certamente uno dei pochi che possono dire questo con cognizione di causa. Se è vero che nessun altro Pontefice prima di questo si è mostrato così determinato a riformare radicalmente quel sistema di potere, è vero anche che il coraggio e la severità con cui si è rivolto fin dall’inizio ai prelati della Curia romana non bastano per considerarlo onnipotente nel governo della Santa Sede. A parte qualche telefonata personale, ben poco può fare senza passare attraverso le congregazioni curiali.

Metodi e strumenti per condizionare e indirizzare il pensiero e l’azione di un Papa si tramandano da secoli nelle stanze ovattate del Vaticano. Assolutamente compatibili col bacio della sacra pantofola, il triregno e la sedia gestatoria. Isolare il successore di Pietro non è mai stato difficile, neppure con un sovrano austero come Pio XII, che nessuno poteva avvicinare senza il permesso di Suor Pasqualina. E ci sono ragioni per credere che Bergoglio abbia rinunciato all’appartamento papale per stare in compagnia a Santa Marta non tanto per umiltà quanto per evitare quel tipo di isolamento.

Quanto ai suoi potenti avversari fuori e dentro le mura del Vaticano, non si faranno  impressionare  dalle sue ramanzine. Altro che “avarizia”! Se è vero quello che Fittipaldi scrive nel libro così intitolato sulla prodigalità e lo stile di vita del cardinale australiano posto a capo della Segreteria economica dallo stesso Francesco, sembra che l’evangelizzazione della Curia sia ancora di là da venire. E non risulta che il Cardinale Bertone abbia rinunciato al suo attico di 500 metri quadrati.

Ma neppure Francesco si farà impressionare. Abbiamo visto tutti la grinta che ha messo nella risposta sul sindaco di Roma: “Marino non l’ho invitato io, chiarooo?” Sembrava arrabbiato, chissà se proprio con Marino o piuttosto con l’arcivescovo di Filadelfia che, come poi è risultato, gli aveva in effetti mandato  un invito.

Chi spera in un radicale mutamento di personale dirigente e di metodo nel governo della Chiesa, sa anche che tra Papa Francesco e i suoi avversari sarà una corsa contro il tempo, che per il primo ha i limiti dell’età. I secondi sanno invece di poter contare sull’alleanza con le tante posizioni di potere che la predicazione pastorale di Bergoglio sta minacciando. Basta la lettura  dell’enciclica “Laudato si'” , così esplicita fino nei dettagli sulla condanna del modello di sviluppo e di consumo capitalistico, per capire che i più preoccupati della linea dell’attuale pontificato sono probabilmente fuori dell’ambito ecclesiastico. “Non prevalebunt” è scritto sotto la testata dell’Osservatore romano. Speriamo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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