La condizione dei rifugiati raccontata dai media arabi

La condizione dei rifugiati raccontata dai media arabi

Dal sito della Carta di Roma riprendo la traduzione di un’analisi del Media Diversity Institute sul modo in cui i media arabi stanno raccontando e affrontando la crisi umanitaria che vede protagonisti i rifugiati (l’originale è disponibile qui).

***A cura di Media Diversity Institute, 27 ottobre 2015 – Quando milioni di rifugiati siriani hanno iniziato a intraprendere un pericoloso viaggio verso l’Europa e a perdere la vita lungo il percorso, le loro storie hanno iniziato a dominare i quotidiani arabi, gli show televisivi più popolari e i social network. Tra i temi trattati dalla copertura mediatica la condanna della presunta indifferenza araba, l’appello a riforme interne e le critiche all’Occidente.Alcuni media dei paesi arabi hanno espresso indignazione nei confronti dei leader del Golfo, accusandoli di essere gli “elefanti nella stanza” (espressione inglese con la quale si fa riferimento a un problema noto che si finge di ignorare o che non si vuole affrontare) a proposito della mancanza di supporto e di responsabilità nei confronti dei rifugiati siriani. The Gulf Times, quotidiano in lingua inglese edito in Qatar, mette a confronto i cartelli di benvenuto che salutano i rifugiati in Austria e in Germania col silenzio del Golfo. Muhammad Hussein, un editorialista del quotidiano egiziano Al-Ahram, ha scritto che la foto divenuta virale di Aylan Kurdi riassume tutti i disastri che affliggono il mondo arabo.

Questa storia ha ulteriormente sollecitato alcuni utenti di social media arabi a chiedere come mai le monarchie ricche in petrolio evitano di essere coinvolte e di offrire il loro aiuto ai rifugiati che viaggiano tra Siria e Europa. L’hashtag arabo #welcoming_Syria’s_refugees_is_a_Gulf_duty è stato twittato oltre 40mila volte, secondo la Bbc. Altri tweeth hanno fatto ironia sulla proposta dell’Arabia Saudita di costruire in Germania 200 moschee per i richiedenti asilo musulmani, mentre i paesi europei si sono impegnati ad accogliere oltre 4 milioni di rifugiati, secondo le stime Unhcr….

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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