Netanyahu: Hitler voleva l’espulsione e non lo sterminio degli ebrei.

Da Remocontro traggo questo articolo di Aldo Madia che racconta in breve la storia di 36 anni di colonizzazione israeliana nei territori palestinesi occupati, a cominciare da Hebron. Anche questa da non dimenticare, nel giorno della memoria (nandocan).

Madia Aldo***di Aldo Madia, 21 ottobre 2015 – Stanno suscitando scalpore le affermazioni del premier Benyamin Netanyahu secondo cui Hitler non voleva ‘sterminare’ gli ebrei, ma ‘espellerli’: fu convinto alla Soluzione finale dal Muftì di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini. Il Muftì andò da Hitler e gli disse: ‘se li espelli, verranno in Palestina. ‘Cosa dovrei fare?’ chiese Hitler e il Muftì rispose ‘Bruciali’”. Duro il commento del leader dell’opposizione israeliana Isaac Herzog sulle affermazioni del premier: ‘Una pericolosa distorsione. Chiedo a Netanyahu di correggerla immediatamente perché minimizza la Shoah… e la responsabilità di Hitler nel terribile disastro del nostro popolo’.

LA STORIA VERA OLTRE LA CRONACA

L’ondata di violenze in Cisgiordania ha come epicentro Gerusalemme Est ma in uno dei venerdì “della collera” l’attenzione cade sull’incendio del sito ebraico della tomba del profeta Giuseppe nella città di Nablus. Il santuario è venerato da ebrei e musulmani. Secondo la tradizione biblica vi riposerebbero le spoglie di Giuseppe, figlio di Giacobbe e Rachele. In situazioni di particolare tensione il sito è stato più volte centro di violenze come nel 1996, due volte nel 2000 e poi nel 2002.

Anche in Cisgiordania e a Gaza nel “giorno della collera” si verificano scontri. Un bilancio che dal 1° ottobre registra l’uccisione di 7 israeliani e 41 palestinesi, oltre al ferimento di 1.400 palestinesi e 12 israeliani. 

Il Governo israeliano dispone dozzine di posti di blocco agli accessi dei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est separandoli dall’Ovest in occasione delle preghiere del venerdì. Caos fra i 300 mila palestinesi accuratamente perquisiti. Mentre i coloni di Ataret Cohanim occupano permanentemente l’area della strada dalla Porta di Damasco al Muro del pianto.

Già a settembre sulla Spianata delle moschee, la Moschea al-Aqsa e la Cupola della Roccia, terzo luogo sacro per i musulmani dopo Mecca e Medina, si verificano scontri fra i palestinesi e ebrei protetti da Esercito e Polizia.Viene di nuovo imposto il limite di accesso ad Al Aqsa per i musulmani inferiori ai 40 anni, e alla vigilia del capodanno ebraico la Polizia sfonda la porta della Moschea per sequestrare materiale esplosivo che sarebbe stato usato contro i visitatori ebrei.

Inizia il fenomeno chiamato “intifada dei coltelli” o “intifada Gerusalemme dei palestinesi”.

PERCHÉ STA ACCADENDO

Insorgenza ancora spontanea pur con la presenza di Hamas e Jihad Islamica Palestinese in Gaza. Ma la ragioni sono profonde. La maggior parte dei visitatori israeliani nella spianata delle Moschee non sono semplici turisti. Sono gruppi composti dai cultori del primo Tempio ebraico che ritengono sia stato edificato proprio su quella Spianata. Gruppi sono guidati da attivisti politici, come Yehuda Glick, che da tempo chiede al governo una presenza ebraica più significativa all’interno della Spianata e la libertà di culto estesa agli ebrei, con il fine di ricostruire il primo Tempio ebraico più volte distrutto.

È presente spesso anche il ministro Uri Ariel che vorrebbe far demolire la Cupola della Roccia per fare spazio al Tempio. I palestinesi, e i musulmani in generale, temono che Israele intenda adottare la misura già sperimentata a Hebron per la Moschea Ibrahim, la Tomba dei Patriarchi, cioè dividere le aree di visita o gli orari di preghiera fra ebrei e musulmani.

Nel febbraio 1994, il medico Baruk Goldstein, colono proveniente da Brooklyn, indossando un’ uniforme militare entra nella Moschea armato e assassina 29 musulmani in preghiera ferendone altri 124 prima di venire ucciso. Da allora, numerosi fedeli, scortati da militari, si recano a pregare accanto alla lapide di Goldstein recitandone l’iscrizione che reca “ucciso per avere realizzato la volontà di Dio”.

L’INFERNO DI HEBRON

L’intera città di Hebron è diventata un inferno che inizia il 4 aprile 1968, poco dopo la guerra dei sei giorni, quando il rabbino Moshe Levinger e un gruppo di 30 ebrei decidono di stabilirsi nella città per rivendicarne l’appartenenza alla Terra Promessa. Fingendosi turisti si registrano nel centro storico della città al Park Hotel e due giorni dopo ne prendono il controllo rifiutando di andarsene, anche in presenza della Polizia che assicura i locali trattarsi di misura temporanea. In realtà non solo la misura diviene permanente ma è l’inizio di una colonizzazione, illegale secondo le Risoluzioni di Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza ONU e per il diritto internazionale. Due anni dopo il governo israeliano concede al gruppo di costruire al posto di una vecchia base militare abbandonata una nuova città nel cuore di Hebron. Nel 1979, Miriam Levinger, moglie del rabbino, conduce un gruppo di 40 donne e bambini da Kiryat Arba, di nuovo dentro al centro storico di Hebron, per occupare il vecchio ospedale di Beit Hadassah, che diviene la prima colonia israeliana all’interno di una città palestinese.

Oggi a Hebron vivono 160 mila palestinesi e 600 coloni israeliani che abitano nel centro storico in 4 colonie composte da piccoli raggruppamenti di edifici e protetti da 2 mila soldati. Dopo la strage eseguita da Goldstein, l’esercito adotta una politica di protezione dei coloni basata sul principio della separazione, che prevede intere aree interdette ai palestinesi, la chiusura di Al Shuhada Street e del mercato delle verdure, principali centri commerciali di Hebron, e lo sfratto di centinaia di commercianti palestinesi.

Come riportano le organizzazioni israeliane B’Tselem e Breaking the Silence con documenti corredati da video e foto dei luoghi, perquisizioni, arresti, aggressioni, insulti, assalti anche da parte di donne, bambini e soldati contro i palestinesi sono la quotidianità di Hebron per una popolazione che vi abitava da 5 mila anni.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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