Fuga dal clima avverso come da fame e guerre

Lauria Massimo

Fuggire da una morte causata dal cambiamento climatico non basta a distinguere un rifugiato? (nandocan)

***di Massimo Lauria, 20 ottobre 2015* – Clima avverso e grado di povertà sono le unità di misura delle migrazioni forzate verso i Paesi ricchi: 150 milioni in sei anni, senza contare i morti. E il numero cresce esponenzialmente di anno in anno, secondo uno studio commissionato da Wwf, CeSPi e Focsiv. Più delle guerre è il cambiamento climatico a generare un esodo senza precedenti nella storia dell’umanità. Decine di milioni di profughi che fuggono da condizioni inospitali per non morire di fame e di sete.

Mediterraneo, Africa, Medio Oriente, America del Sud, Caraibi e Sud Est Asiatico sono le zone più a rischio. Qui i crimini climatici producono drammatiche devastazioni ambientali e pericolose epidemie. Un aumento di 4C° delle temperature provocherebbe un innalzamento ancora maggiore in queste zone. Col risultato che intere regioni sarebbero rese inabitabili, costringendo le popolazioni a cercare rifugio in Europa, in Nord America e in Asia, provocando forti tensioni sociali.

Il documento sul legame tra le migrazioni e i cambiamenti climatici è stato presentato alla vigilia del Cop21, la conferenza mondiale dell’Onu sul clima a Parigi. Le cause: aumento delle temperature dell’aria e della superficie dei mari; innalzamento dei livelli dei mari (le regioni più colpite dal punto di vista economico potranno essere Europa centrale, Sud Est Asiatico e Asia Meridionale); cambiamento delle precipitazioni (frequenza e intensità); azione di Stati e multinazionali per il controllo delle risorse naturali, probabili cause di conflitti e quindi di migrazioni.

Secondo i dati forniti dall’International Displacement Monitoring Agency, oggi c’è il 60% di possibilità in più rispetto al 1975 che le persone abbandonino la propria terra d’origine. Una situazione degenerata a causa dell’aumento delle emissioni di CO2 negli ultimi 25 anni, secondo lo Stop Climate Crimes, un appello contro i crimini climatici lanciato da cento tra medici, attivisti, scienziati, economisti, accademici, giornalisti e personalità della società civile a livello planetario. Tra loro ci sono anche Noam Chomsky, Naomi Klein, Alberto Zoratti, Vivienne Westowood.

Scrivono: “Novanta imprese sono responsabili dei due terzi delle emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale. Ogni risposta concreta al cambiamento climatico minaccia il loro potere e la loro ricchezza, l’ideologia del libero mercato” e i sussidi che li sostengono. Siamo di fronte a un bivio. Il Cop21 di Parigi rappresenta un appuntamento fondamentale per rimettere le cose nella giusta prospettiva. A patto che i governi più potenti della terra non continuino a rimanere sordi agli allarmi lanciati dalla comunità scientifica.

 * da Remocontro, http://wp.me/p403Qg-4DA

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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