“Cordoglio per la strage, ma richiesta di ripristino di libertà dei media”

Aydin-Adnan-Sezgin

Rientrando da un breve soggiorno all’estero, ho trovato questa lettera aperta del coordinatore romano di Libertà e Giustizia, Massimo Marnetto, all’ambasciatore turco in Italia, per protestare contro la pesante censura del suo governo sui mass media. Mi associo alla protesta. La Turchia di Erdogan sembra non avere più interesse alla condivisione di valori essenziali di democrazia e libertà di stampa e c’è chi ipotizza una pericolosa contiguità, non solo geografica, con lo Stato islamico. Sarebbe un danno assai grave alla pace se venisse definitivamente meno anche la sua vocazione naturale per una  mediazione, sempre più necessaria, tra il mondo mussulmano e la cultura europea e occidentale (nandocan).  

***Ambasciatore Aydın Adnan SEZGIN,

le esprimo subito profonda tristezza  per le vittime dell’atroce attentato di Ankara e fraterna vicinanza per i loro parenti. Tuttavia, anche di fronte a tanto dolore, s’impone una valutazione politica. Perché ancora altre bombe si sono abbattute sui curdi, le opposizioni e  in particolare sul partito moderato Hdp, il cui leader Demirtas sta cercando di costruire una alternativa  parlamentare e pacifica per i guerriglieri del Pkk,  che avevano proclamato un cessate-il-fuoco unilaterale in vista delle imminenti elezioni di novembre.

Questo processo verso il dialogo non deve cessare. Non è facile, ma è possibile, come ha dimostrato con tenacia e intelligenza il Quartetto di Tunisi, recentemente premiato con il Nobel per la Pace. Ma va aiutato, non ostacolato. Invece, il suo Governo ha inspiegabilmente bloccato tutti i social media e impedito persino la riproduzione delle immagini del massacro, censurando di fatto ogni libera riflessione.
Ambasciatore Aydın Adnan SEZGIN,
questa censura non aiuta l’elaborazione politica di un evento così grave, ma anzi comprimendo il confronto pubblico, lascia lo spazio a forti dubbi di corresponsabilità ancora più inquietanti. Pertanto, le chiediamo di trasmettere al suo Governo, oltre al sentito cordoglio, la richiesta di un’immediata revoca del blocco dei media, come gesto di rispetto della libertà e del dolore di quanti stavano solo manifestando pacificamente il loro dissenso. Un diritto che distingue una democrazia, da una dittatura.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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