Sinodo e gay, dal “come in” di Papa Francesco al “coming out” del teologo.

Piero Schiavazzi, che da decenni segue con competenza e molta attenzione quanto avviene nei sacri palazzi, spiega meglio di tanti suoi colleghi il retroscena del duro intervento del Papa nei confronti del sindaco di Roma Ignazio Marino (nandocan).

Schiavazzi Piero***di Piero Schiavazzi, L’Huffington Post, 04/10/2015 – Da un emiciclo all’altro. Dall’assemblea delle Nazioni Unite a quella dei vescovi disuniti: benvenuti nell’ONU della Chiesa. Si chiude un’assise planetaria e ne comincia una nuova. Religiosa, non rituale. Anzi apertissima e dall’esito incerto, nei giorni cruciali del pontificato argentino.

Ancor prima di schiudere i battenti e inaugurare i lavori, sul bunker del Sinodo si è abbattuto un bombardamento mediatico, alternando la sequenza “esplosiva” del Papa, che abbraccia un ex allievo omosessuale, accolto insieme al partner in nunziatura, e quella di Monsignor Crzysztof Charamsa, officiale del Sant’Uffizio e guardiano della dottrina, che fa coming out e introduce il suo compagno alle telecamere.

Cambiano l’uditorio e il fuso orario, per il Pontefice, ma non il grado e la difficoltà della prova. Poiché risulta più facile mettere d’accordo Vladimir Putin e Barack Obama, in nome della Realpolitik, che i cardinali Camillo Ruini e Walter Kasper: ottuagenari e manovrieri, eminenze “grigie” nel senso più ampio e compiuto del termine, anagrafico e strategico. Irriducibilmente opposti sui due argomenti che spaccano l’episcopato e avvincono l’opinione pubblica, ossia la comunione ai divorziati e le unioni gay, nell’attesa di sapere chi la spunta tra progressisti e conservatori.

Per la prima volta, dai tempi del Concilio, un Papa si misura con un “Aventino” ecclesiastico, che si materializza sui giornali e nelle aule accademiche, catechizzando il popolo a colpi di convegni e interviste a effetto. E’ accaduto mercoledì all’Angelicum, storico ateneo di San Tommaso D’Aquino, maestro inascoltato di mediazione. Protagoniste due porpore dure e pure: il legnaiolo del Wisconsin Raymond Leo Burke, tagliente come le accette dei propri boschi, benché tagliato fuori dall’elenco dei sinodali, e l’arcivescovo di Bologna, il battagliero Carlo Caffarra, compagno d’armi di don Giussani e veterano dei fronti bioetici, reduce dalle campagne di guerra di Wojtyla e Ratzinger.

Nella sensibilità e memoria di un sudamericano, le fronde autunnali assumono un nome temibile e un suono inconfondibile: “pronunciamiento”, il tintinnio di spade che precede i colpi di stato. Nei sacri palazzi sono pertanto all’opera solerti squadre di esploratori, per capire se si tratta solo di minoranze isolate, seppure rumorose, o maggioranze silenziose, che sparano salve di avvertimento e si apprestano a venire allo scoperto.

Insomma è soltanto destra o grande centro? Una nota fuori dal coro o la ribellione dell’orchestra intera? Il Segretario dell’assemblea, cardinale Baldisseri, fine diplomatico e raffinato pianista, con tanto di diploma al conservatorio, aguzza pensoso l’occhio e l’orecchio, sollevando la bacchetta e accingendosi a dare il via.

Bergoglio e i suoi più stretti consiglieri, dal Segretario di Stato, Pietro Parolin, a Padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, non hanno dimenticato la débacle di un anno fa, 18 ottobre, quando il Sinodo dapprima stravolse, sterilizzandole, poi licenziò senza il quorum dei due terzi le parti controverse del documento. Una sconfessione senza precedenti per un papa regnante. Tecnicamente ininfluente ma dirompente politicamente.

La mattina stessa, coincidenza fortunata ma non fortuita, Ignazio Marino aveva solennizzato in Campidoglio sedici nozze gay contratte all’estero, beneficiando della ribalta sinodale ma inficiando la serenità dei vescovi elettori: col risultato di spaventare i moderati e spingerli a un voto di reazione, mentre le immagini rimbalzavano tra rete ed etere, lasciando presagire scenari futuri da scongiurare. Una strumentalizzazione a fini locali di un appuntamento universale, mediaticamente comprensibile, a opera di un leader politico, ma diplomaticamente inammissibile, compiuta da un primo cittadino.

Si deve risalire a quel vulnus per comprendere la insolita, inedita determinazione con cui Francesco è entrato duro sul sindaco, a stopparne le velleità di ulteriori gesti eclatanti, da qui ai prossimi giorni. La molla, trattenuta per un anno, è scattata in America quando Marino, durante il meeting di Filadelfia, non ha resistito alla tentazione di “pontificare” in trasferta, sovrapponendosi nuovamente a un evento ecclesiale.

Silenziato il “papa” laico del Campidoglio, Bergoglio ha dato voce a due colleghi autentici, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, davanti ai numerosi presuli di loro nomina, nel tentativo, evidente, di allargare le basi del consenso e marcare la continuità della linea.

Mentre si alzava il clamore delle polemiche, Francesco ha dunque abbassato i toni, “per ascoltare la brezza leggera della grazia”, tenendo un’omelia politically correct e mettendo al centro il “sogno”, e “disegno”, divino del matrimonio uomo-donna, “perché possa attuarsi e operare in tutta la sua bellezza e la sua forza nel mondo di oggi”, ha concluso all’Angelus.

Intorno a lui, tuttavia, il linguaggio dei gesti ha ormai preso il sopravvento sulle parole, diffondendo due icone apparentemente convergenti fra di loro, ma in realtà profondamente divaricate. Da una parte il coming out del teologo gay, che chiede di abbattere un muro maestro, per fare spazio alle “minoranze” finora escluse. Dall’altra il “come in” del Pontefice, che spalanca le porte all’ex alunno e ai suoi “familiari”, convivente incluso, senza mutare la pianta dell’edificio.

Il gesto di Francesco non intacca la costituzione formale della Chiesa, ma ne modifica di fatto e irreversibilmente quella materiale. Dopo l’esempio del Papa, e indipendentemente dall’esito del sinodo, sarà impossibile per un parroco non accogliere le coppie omosessuali alla maniera di Bergoglio: facendole sentire a casa e innovando gradualmente, ma progressivamente, il paesaggio umano e la mentalità della Chiesa.

Francesco si è spinto sul filo del fuori gioco, non oltrepassandolo però. E il mondo avverte comunque la sensazione, reale, di assistere a una partita mai vista prima, sebbene le norme non siano cambiate, rimanendo le stesse di sempre. Tre settimane, dunque, fino al voto di sabato 24, per sapere se i nuovi schemi funzioneranno e avranno il conforto dei risultati, come pure dei tifosi, senza subire l’iniziativa degli avversari e prendere un goal, magari all’ultimo minuto e in contropiede.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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