Basta un richiamo per il linguaggio sessista in un’aula parlamentare?

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Belli i versi della Merini e bello anche il commento di Anna Cerofolini, che ho preso da articolo 21. Il presidente Grasso promette che “d’ora in poi il rigore sarà assoluto”. Vedremo. Ma un richiamo o qualche settimana di sospensione cambiano poco. La verità è che occorrerebbe un altro meccanismo di selezione della classe politica, fondato non sulla fedeltà al leader né sul commercio clientelare o mafioso dei voti, ma sul merito e su riconosciute qualità intellettuali e morali. Una selezione delle candidature, garantita dall’autocontrollo oltre che da una buona legge sui partiti, che non permetta più a personaggi volgari e mediocri di offrire, dalle istituzioni più alte del Paese, questo vergognoso spettacolo di se stessi e della democrazia italiana. Chiunque sceglie di reagire con l’astensione o la rassegnazione non sa che sta invece dando una mano al degrado ulteriore della nostra rappresentanza  (nandocan)

—Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione. (
Alda Merini, poetessa d’anima).

***di , 4 ottobre 2015 – Al Senato Lucio Barani, capogruppo di Alleanza liberalpopolare, avrebbe mimato un gesto sessista verso la senatrice del Movimento Cinque Stelle Barbara Lezzi, dopo che solo un anno fa alcune parlamentari democratiche avevano denunciato per ingiuria all’ispettorato di pubblica sicurezza della Camera l’onorevole Massimo Felice De Rosa, del M5s, che le accusava di essere state elette: “perché brave a fare i pompini”.
Il senatore, malgrado in tanti in aula affermano di averlo visto chiaramente, ha spiegato che il suo comportamento è stato male interpretato e che in realtà non mimava un rapporto orale ma faceva “il gesto del microfono” per poi aggiungere: ” Invitavo i grillini che impedivano l’intervento del senatore Falanga a ingoiare i fascicoli”.
Secondo il Presidente Pietro Grasso, il comportamento tenuto da Barani: “è materia disciplinare che va trattata dal consiglio di presidenza” e ne ha annunciato la convocazione per valutare le immagini, aggiungendo che in aula: “D’ora in poi il rigore sarà assoluto”.
La verità è che il senatore, rischia solo sanzioni che vanno dal semplice richiamo a un’interdizione di dieci giorni, la verità è che alcuni uomini restano fedeli al passato più torbido, fedeli al declino che inorridisce, in cui le donne prigioniere innocenti vanno umiliate, derise e intimamente violentate.
I carnefici denotano poca fantasia, la gestualità degli stolti è sempre la stessa, il linguaggio anche, solite ignobili parole d’ordine, qualunque cosa accada la loro cecità resta immutata e i sacrifici che hanno segnato ogni donna nulla possono insegnare a chi non ha amore del prossimo che non si chiami figlia o madre.
Una manciata d’odio buttata ancora su nuove vittime che racconta solo la realtà d’impotenza di miserabili privi di speranza. La storia degli uomini si arresta per un lungo istante, si sporca di viltà,
ma quella delle donne no.

4 ottobre 2015

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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