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Intercettazioni, Carofiglio: “la via della ‘Legge delega’ si poteva evitare”

Bari - Ex Palazzo Delle Poste presentazione Libro ''Diario Di Un Giudice '' con Gianrico Carofiglio,Maddalena Tulanti e Alessandro Laterza

Che cosa stia dietro questo ricorso continuo alla delega anche per leggi riguardanti materie che richiederebbero un approfondimento parlamentare ho provato a scriverlo ieri. L’accentramento sistematico delle decisioni nei poteri dell’esecutivo si giustifica apparentemente con la necessità di evitare la “palude” del calendario delle due Camere in cui spesso finivano le proposte di riforma. Apparentemente perché, una volta approvata la delega e annunciata #lavoltabuona, i decreti per farla entrare in vigore ne prendono abitualmente il posto nei cassetti dei ministeri. Mi pare assai più convincente il motivo che, facendo approvare, magari a colpi di fiducia, una delega ampia e possibilmente generica al parlamento, a dettarne i contenuti sia il governo medesimo. Con tanti saluti alla Repubblica parlamentare fondata sulla Costituzione. Che poi i contenuti risultino più precisi  e rispondenti alle necessità del Paese, l’esperienza sembra finora  dimostrare il contrario. Chissà che la lettura del “Breviario di scrittura civile” di Carofiglio non riesca a dare una mano a tanti improvvisati legislatori e al ministro Orlando in particolare (nandocan).

***di , 2 ottobre 2015 – Se proprio non si poteva evitare il calderone della riforma penale, almeno si poteva scegliere una via migliore per occuparsi di intercettazioni. Lo scrittore Gianrico Carofiglio non condivide il metodo di “delegare al Governo una materia tanto sensibile da un punto di vista costituzionale”.
Non poteva essere più chiaro l’autore, già magistrato e senatore, che proprio in questi giorni sta presentando il suo “Con parole precise. Breviario di scrittura civile” edito da Laterza che richiama l’attenzione sulla chiarezza e l’oscurità delle scritture del potere: in ambito politico ma anche giudiziario oltre che giornalistico. “La chiarezza è democrazia, l’oscurità è antidemocratica” rincara.

Il ddl di riforma del processo penale quindi è?
Piuttosto discutibile, diciamo, e per parecchie ragioni. Si tratta di un calderone che contiene disposizioni eterogenee che non riguardano solo la procedura penale. Soprattutto suscita dubbi la scelta dello strumento della legge delega per modificare la disciplina delle intercettazioni.
Cerco di spiegarmi con chiarezza, perché anche i non addetti ai lavori capiscano.
La legge delega è, appunto, una legge con la quale il Parlamento attribuisce al Governo la facoltà di legiferare in una specifica materia. E’ uno strumento che, di regola, va usato quando la materia da trattare sia molto complessa, richieda cognizioni tecniche e dunque un lungo procedimento di formazione della relativa legge. Serve a evitare che il Parlamento debba occuparsi a lungo di temi altamente tecnici, di scarso rilievo politico e che rischierebbero di paralizzarne la normale attività.
E’ uno strumento invece che non va usato quando la materia riguarda direttamente e da vicino diritti di rilievo costituzionale, come in questo caso: si tratta infatti di questioni cruciali sulla libertà di informazione, intesa come libertà di informare e libertà di essere informati. Su queste materie è necessario che vi sia il più ampio dibattito parlamentare. Non è bene che certe decisioni siano prese dall’esecutivo.

Per qualcuno è il solito pretesto per rispondere alle esigenze di velocità nell’intervento…
Temo che con la consueta e deprecabile pratica di mettere insieme cose molto diverse si continui a sconquassare il sistema della giustizia penale, che richiederebbe invece interventi omogenei, organici e meditati. Inoltre alcune norme – quelle che alludono alla auspicabile velocizzazione dei procedimenti senza fornire gli strumenti per realizzarla – reiterano una vecchia pratica: di scaricare sui magistrati il peso e la responsabilità di un sistema che funziona male soprattutto per ragioni organizzative e dunque politiche…

*leggi tutto su articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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