Il profugo col violino la musica, le stonature

immigrati, profugo col violino

Oggi, domenica, ho pensato di proporvi, dal bel sito di Ennio Remondino, questo pezzo un po’ fuori dall’ordinario, anche se legato all’attualità.Si parla di musica e di migranti, di musica e di frontiere, di musica e unità profonda del genere umano. L’ha scritto, con dolce sensibilità nonostante lo pseudonimo di “gatto selvaggio”, una brava collega del Tg1 e radio 1, Francesca De Carolis. E’ un po’ più lungo del solito, adatto per una giornata di riposo e meditazione(nandocan).

***di Francesca De Carolis, 26 settembre 2015* – Guardando, nei giorni scorsi, l’immagine del giovane migrante che suona il violino. L’avrete visto in molti. E’ a pochi chilometri dal confine con la Grecia, bloccato dalla polizia turca insieme ad altre migliaia di profughi. L’avrete sentito. A due passi dal cordone di polizia tenta note incerte. Ma è Vivaldi, la Primavera. Che subito si riconosce…

Poco prima, o poco dopo, leggendo di altra musica. Del coro di bambini, questa volta, fra i grandi in attesa dell’apertura di un varco per la Slovenia. E trascinano tutti in un unico grido…

Qua e là, per le vie del web che a tutto ci sembrano autorizzare, alcuni commenti infastiditi.

“Sceneggiate”, costruite ad arte, soffia qualcuno. Qua e là, ancora, parole, che sembrano nutrite di ferocia. Eppure, eppure… Forse è solo paura. E non della folla di persone che preme per passare, che chissà che verrà a fare. Ma paura della musica. Paura, vien da pensare, delle note che sono lì a bussare sui confini. Perché? Perché è difficile difendersi dalla forza ancestrale del linguaggio musicale…

Sarajevo assediata, 1994, la biblioteca distrutta e la protesta della cultura e della musica

Già. Sapete, cosmologie arcaiche narrano che l’uomo è nato dal suono. Da un soffio, da un canto, da una melodia, da un flauto di bambù, da un battito di tamburo… E un canto e un controcanto hanno dato origine all’umanità. E se l’uomo è nato dal suono, la sua essenza sempre rimarrà sonora. Tutto il resto sono orpelli del mondo materiale che l’anima vera un po’ camuffa, se, per dirla con Schneider, “la realtà dei sensi impedisce alla maggior parte dei mortali di riconoscere l’essenza sonora e luminosa della realtà metafisica”.

E questi suoni contemporanei intonati ai confini, le note del violino, il coro di piccole voci, sembrano inconsapevole, istintivo richiamo a quell’essenza sonora, profonda e luminosa. Nel cui linguaggio riconoscersi e ritrovare unità. Note che trovino vie, nel reticolato di muri che nel tempo della storia sono stati costruiti. E come difendere le nostre storie frantumate e così ben divise e protette fra confini, da quel richiamo, dal contatto con l’essenza profonda di noi che non sappiamo più riconoscere, né gestire?

Eppure, eppure… Non sarà un caso che i riti, le cerimonie che tanto ci commuovono e ciRostropovich Berlino 1989 danno l’illusione di momenti di unità profonda, traggano la loro efficacia, la loro forza dalla musica. Ricordate Rostropovich? Corso sotto il muro infranto di Berlino con il suo violoncello. A sanare con la musica quella cicatrice sul cuore che era stato per lui, ha poi detto, il muro di Berlino. E scelse Bach, musica assoluta. Ho letto che disse allora Rostropovich “Non sono andato a Berlino a suonare per la gente, sono andato lì a suonare affinché Dio mi ascoltasse, direttamente dal Muro di Berlino. Una specie di preghiera di ringraziamento a Dio. E davvero, dopo quel giorno, le mie due vite si sono riunite”.

Musicisti, come sacerdoti, come sciamani, in contatto diretto col divino. Le mitologie attribuiscono loro nascite straordinarie. I primi nove musicisti, sapete?, furono vomitati dal canto dei vulcani, E come l’esplosione di un vulcano, ricordate?, è stato il concerto sulla porta di Brandeburgo, poco dopo la caduta di quel muro. The Wall… e ancora si sbriciolano emozioni.

A proposito, una piccola parentesi ( scusate ma i gatti randagi sempre zigzagano un po’). Fra due giorni, il 29 settembre, nei cinema in contemporanea mondiale sarà proiettato: “Roger Waters: The Wall”. Il film sul viaggio intorno al mondo che Roger Waters, mitico ( devo ricordarlo?) bassista e cantante dei Pink Floyd, ha tenuto tra il 2010 e il 2013 con più di 200 repliche dello spettacolo The Wall, appunto. Una parabola, che più attuale non si può, sulla guerra, sulla perdita… un urlo contro ogni conflitto. Waters quando presentò questo suo progetto ricordò un graffito scritto a Gerusalemme, “La paura alza muri”, e oggi aggiunge: “Ho ancora un muro da abbattere”. In Italia il film sarà nelle sale anche il 30 e il primo ottobre. Andrò a vedere e, soprattutto, ascoltare, per captare note che sappiano frantumare le frontiere dell’oggi…

Per cercare il suo varco il giovane violinista sul confine della Grecia ha scelto la Primavera di Vivaldi, che è suono del risveglio della terra. Lo stesso brano lo suonava, lo incontravo spesso fra una corsa e l’altra della metropolitana, un piuttosto maturo violinista zingaro, lì a raccattare un po’ di quattrini. Bravissimo lui, davvero. Anche lui, lì a cercare di parlare all’essenza sonora di ciascuno di noi, per farsi da noi riconoscere.

Anche lì, sulla metropolitana, qualcuno che si commuoveva, qualcun altro che s’irritava… perché, l’avete letto anche voi immagino, Tolstoj, la sua ‘Sonata a Kreutzer’: “dicono che la musica abbia per effetto di elevare l’anima. Sciocchezze, non è vero. Non la eleva né l’abbassa. Agisce, agisce tremendamente…”. Esasperando infine l’anima, e ognuno si esaspera nel bene o nel male, nella direzione che sa…

Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto il giovane musicista sul confine, e in che direzione la sua musica abbia spinto gli animi lì intorno. Se il suo incerto suono abbia infine infranto un muro, riallacciando parole, con l’essenza profonda delle persone di là dalla barriera.

  • da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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