Il dovere della cronaca. E della memoria. Le inchieste morali di Domenico Iannacone

iannacone spaccanapoli

Ho seguito con piacere e con attenzione le due puntate dei “Dieci comandamenti”. Un giornalismo di inchiesta non aggressivo, che affida la denuncia all’evidenza dei fatti e alla singolarità delle situazioni, spesso episodi minori scelti e documentati per il loro valore esemplare. Domenico si accosta ad essi con discrezione, con una curiosità visibile ma non invadente, accompagnando l’interlocutore-testimone con una presenza costante ma pressoché silenziosa, a volte solo qualche frase per ricordargli il contenuto di domande e risposte memorizzate prima della ripresa. Chi come me ha già fatto questo tipo di lavoro sa bene quanta importanza abbiano i colloqui preparatori per la buona riuscita di un’intervista apparentemente improvvisata. Detto tra parentesi, bisognerebbe che i critici televisivi si ricordassero di quanti lavorano a queste trasmissioni di inchiesta stando dietro le quinte, svolgendo magari la più gran parte del lavoro necessario. Con buona pace di quanti ancora apprezzano i battibecchi piuttosto scontati del pollaio-show, programmi come “Presa diretta” e Report o “Dieci comandamenti”, come pure – va riconosciuto – qualche buon inserto filmato inserito nei talk show, contribuiscono all’informazione e alla cultura del pubblico assai più delle compagnie di giro dei soliti noti. E Jannacone è indiscutibilmente bravo, l’esatto contrario di tanti che urlano domande aggressive sapendo perfettamente che resteranno senza risposta, a politici che sfuggono o addirittura a macchine in movimento. Ai miei tempi domande come quelle sarebbero finite tristemente dentro un cestino, come nobili tentativi  purtroppo falliti (nandocan).

***di , 25 settembre 2015* – Il primo comandamento delle inchieste morali di Domenico Iannacone e della sua squadra è non infierire, il secondo è il dovere della memoria, oltre che di cronaca. E poi niente telecamere nascoste per estorcere verità che un bravo giornalista alla fine può riuscire a svelare con costanza, determinazione e, perché no, poesia.
Quella stessa poesia che traspare  dai racconti e dai protagonisti delle due puntate dal titolo “Arrivederci Roma” e “Miracolo a Milano” andate in onda il 12 e il 19 settembre oltre a “Spaccanapoli” di un anno fa, caratterizzerà anche la nuova edizione de “I Dieci Comandamenti”, in seconda serata sempre su Rai Tre,  a partire  da venerdì 16 ottobre.
Oltre 60 ore di girato per realizzare le due trasmissioni di 115 minuti che nella notte della vittoria di Flavia Pennetta (e con due talent in palinsesto) sono state seguite da 655mila persone mentre il sabato successivo la seconda puntata ha raggiunto quota 755mila spettatori.
Ora la sfida imminente del 16 ottobre: 50 minuti per continuare a raccontare il “mondo minore” raramente al centro di obiettivi televisivi o pagine di giornali  ma che per la sua autenticità è  in grado di sfondare l’ormai distratta attenzione di lettori e spettatori afflitti dall’inconsistenza di tante, troppe notizie e ammorbanti tweet.
Nessuna presunzione di moralismo per Domenico Iannacone che fin dalla prima edizione del programma ha voluto semplicemente  declinare il contenuto delle Tavole in spaccati di realtà….

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*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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