Se fuggi dalla guerra sì, ma per la fame no. (con un’intervista a Cecile Kyenge)

Con quale criterio distinguere la condizione di rifugiato da quella di migrante per ragioni economiche? Quando può avere un senso questa distinzione, a rigor di logica e alla luce della legislazione vigente? Di fronte alla quotidiana predicazione di questa scelta da parte di quasi tutti i nostri leader politici, mi sono fatto queste domande, giungendo alla conclusione che l’ applicazione di questo distinguo non soltanto risulta assai complicata ma rischia di essere evanescente anche da un punto di vista giuridico.

Certo, si può fare convenzionalmente ricorso a criteri restrittivi come quello dell’esistenza di una guerra in corso nel paese di origine. Ma ciò non è affatto previsto dalla convenzione dell’ONU del 1951, che si limita a definire il rifugiato come persona che “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi ».

Come si vede, si parla di persecuzioni e dei motivi per cui avvengono, senza alcuna precisazione di come avvengono. Non si parla nè di guerre né di minacce di morte, anche se queste possono essere assunte come criteri per valutare la gravità della persecuzione. Ma al limite una persona può essere discriminata privandola dei mezzi di sostentamento, costringendola a condizioni di fame e di malattia o esercitando su di essa una violenza morale così grave da indurla ad affrontare quei sacrifici che oggettivamente e inequivocabilmente sopportano quasi tutti i migranti che premono oggi alle nostre frontiere. Immagini come quelle andate in onda ieri sera nella trasmissione curata da Formigli, “Piazza pulita” e tante altre riproposte quasi quotidianamente in questi anni dai telegiornali non lasciano dubbi al riguardo.

Quanto alla Costituzione italiana, le maglie dovrebbero essere ancora più larghe. L’articolo 10 della nostra Carta fondamentale stabilisce che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Ha ragione quindi il capo del dipartimento migrazione del Ministero dell’interno, Mario Morcone, a dubitare – come riferito in un post pubblicato ieri su questo blog – della possibilità di distinguere tra migranti economici da rimpatriare e rifugiati da accogliere e  redistribuire in Europa. Ciò non significa che per limiti oggettivi della capacità di accoglienza, non si possa operare una selezione, ma la si deve fare, come ha detto il prefetto Morcone, tenendo conto che “ogni migrante va valutato per la sua storia”. “Se i posti letto sono limitati io ricovero in base alla gravità”, ha risposto ieri Gino Strada a una domanda di Formigli su come scegliere in casi analoghi.(nandocan).

download***di , 25 settembre 2015* – Solo questo fine settimana sono stati oltre quattordicimila i rifugiati e richiedenti asilo entrati in Croazia dalla Serbia, secondo le autorità del luogo. Il flusso costante di persone disperate, da tempo ormai è in sensibile aumento e attraversa interi paesi per raggiungere le frontiere come via di fuga, passando anche via mare e toccando le isole Greche e l’Isola di Lampedusa. C’è chi parla di “emergenza umanitaria” e chi invece soffia sul fuoco per alimentare paure e chiusure. Abbiamo intervistato Cècile Kyenge, eurodeputata Pd ed ex ministra all’Integrazione, alla quale il Parlamento europeo ha assegnato il ruolo di correlatrice (con la maltese Ppe Roberta Metsola) del rapporto strategico su «La situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’Ue sull’immigrazione».

Onorevole Kyenge, è un’esagerazione parlare oggi di «emergenza umanitaria»?
«Quella che stiamo vivendo è un’emergenza umanitaria vera e propria. Anzi a mio avviso si può parlare di un esodo biblico. L’immagine mi è venuta in mente questo fine settimana, in occasione del viaggio in Ungheria, mentre guardavo quel fiume di persone che continuava ad arrivare alla frontiera, dove noi eravamo in missione di monitoraggio al confine tra l’Ungheria e l’Austria. Quella marea di persone in cammino mi ha ricordato l’esodo narrato nell’Antico Testamento. Abbiamo potuto contare più di tremila persone in fila per ottenere un permesso per passare dall’altra parte. Molte di queste chiedevano a noi dove poter andare, quale fosse la giusta direzione. La confusione regnava sovrana. Erano tutte persone perse, spaesate, stanche, in fuga, una fuga non organizzata. E’ stato duro vedere donne, bambini e uomini debilitati da questi lunghi e difficili viaggi, in balia degli eventi. Chi, dunque, soffia sul fuoco per alimentare le paure fa un gioco strumentale e approfitta di questo periodo drammatico, che vede anche una crisi economica difficile da superare e che rende tutti più preoccupati e irrequieti. Il linguaggio utilizzato da una certa politica non aiuta, anzi tende ad acuire i conflitti. In questo clima inquinato dalle paure si vuole colpire il più debole e il più debole oggi è proprio il migrante. È necessario che la politica faccia un passo in avanti, lavorando unita al proprio interno. Un passo importante che dev’essere fatto immediatamente».

Le misure messe in campo dall’Europa, secondo lei, sono sufficienti?
«I numeri, in materia di migranti, che vengono discussi in Commissione e in Consiglio dopo due giorni sono già superati e le attese sono regolarmente disattese. Dunque è necessario trovare una soluzione che possa andare al di là dei meri numeri ma intervenire sulle cause che stanno determinando un fenomeno che muove intere popolazioni dalle loro terre di origine. Oggi dobbiamo investire sulla politica di cooperazione internazionale e sui rapporti tra l’Europa e l’Africa. È il momento di agire sia sul campo dell’immigrazione che della politica estera. Il Parlamento e la Commissione hanno compreso che i provvedimenti e le misure messe in campo non sono più sufficienti….

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*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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