Intercettazioni, Lorusso (Fnsi): “La tutela della privacy non può giustificare i bavagli”

Decreti legge, leggi delega e voto di fiducia sono da almeno vent’anni gli strumenti preferiti dai governi per tentare di eludere la dialettica parlamentare e imporre un presidenzialismo di fatto. Più di recente l’affermarsi del leaderismo all’interno  delle forze politiche ha condotto, specie dove più debole è la coscienza civica come in Italia,  ad un’ulteriore concentrazione del potere, aggravando il rischio di una produzione legislativa qualitativamente mediocre e politicamente dannosa.  E’ chiaro che, in questo contesto, il ridimensionamento dei controlli esercitati dal potere giudiziario e dalla libera informazione, già ridotti ai minimi termini secondo le classifiche internazionali,  metterebbe in serio politico quel poco che resta della nostra vita democratica (nandocan).

FNSI*** 22 settembre 2015 *- “La delega al governo sulle intercettazioni rappresenta una minaccia per il diritto di cronaca”. Lo afferma Raffaele Lorusso, segretario generale della FNSI. “Nel prendere atto della volontà di non limitare la libertà di stampa e il diritto di cronaca, annunciata dall’onorevole Walter Verini – dice Lorusso – è auspicabile che vengano adottati atti consequenziali. Non si tratta di invocare l’impunità e neanche di giustificare eventuali abusi, ma di prendere atto che la rilevanza pubblica di una notizia prescinde dalla rilevanza penale della stessa. Il dibattito in corso fra le forze politiche conferma che i tentativi di limitare il diritto di cronaca non hanno niente a che vedere con la tutela della riservatezza dei cittadini estranei ai procedimenti penali. Infatti, puntano unicamente a evitare che vengano resi pubblici comportamenti di esponenti della classe politica che, per quanto non penalmente rilevanti, meriterebbero comunque di essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica. La condivisibile esigenza di tutelare la riservatezza delle persone non può giustificare alcuna forma di bavaglio, ma deve tenere conto del fatto che chi riveste una carica pubblica deve accettarne onori e oneri, a cominciare da una privacy attenuata rispetto a quella dei cittadini comuni. Per questa ragione è auspicabile che il confronto sia ampio e che venga abbandonata la scorciatoia della legge delega”.

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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