Trent’anni senza Giancarlo Siani. Cosa cambia dopo il ricordo e la ricorrenza?

Giancarlo Siani 2

Io credo che non cambi niente se non cresce, molto più di quanto sia avvenuto finora, la solidarietà con i cronisti più esposti. Quelli vivi, intendo. Solidarietà da parte dei colleghi, anzitutto, a cominciare dal direttore e dal capocronista, che hanno il dovere di incoraggiarli e di assisterli. Da parte dei cittadini lettori, che impediscano il loro isolamento facendo sentire la loro voce ad ogni minaccia. E da parte delle istituzioni, che hanno il compito di ascoltarli e proteggerli, anziché diffidarli quando qualche potente personaggio si lamenta del loro puntiglioso lavoro di inchiesta. E’ a quella coraggiosa tenacia che si deve in gran parte se mafia e malaffare troveranno ancora ostacoli al loro dilagare in tante nostre regioni (nandocan)

***di , 21 settembre 2015* – Oggi sono trenta. Trenta anni senza Giancarlo Siani. Per molti, è triste dirlo, al di là del ricordo non cambia nulla. Come lui Giovanni, Mauro, Peppino, Cosimo, Mario, Giuseppe, ancora Mauro e Beppe. Nove vittime che piangiamo ogni anno nel giorno tragico della morte, per poi chiuderne il ricordo nel dimenticatoio, fra i “risolini” di chi ancora oggi afferma “Quello se le andava a cercare…”. Oppure chi ti guarda e ti dice, facendoti gelare il sangue, “Chi te lo fa fare?”. Come se ad un avvocato dicessimo di non presentare una memoria, ad un infermiere di non fare una puntura, ad un ingegnere un progetto. Che cosa cambia dopo il ricordo e la ricorrenza? Per alcuni nulla.

Per altri invece ogni giorno le parole si fanno intrise di sangue, gli articoli diventano incubi, le inchieste scottanti, che costano carissime a chi le realizza.

Insomma, fare informazione, e farlo con tutti i crismi del giornalismo d’inchiesta – proprio quello che non guarda in faccia nessuno – oggi in Italia costa carissimo. Cercare di assolvere al proprio diritto-dovere, sembra sempre più un miraggio e il prezzo che costa, cioè l’isolamento, il sangue, le denunce e la sofferenza nel muovere le penne, è ciò che sconvolge nell’Italia del 2015. Basti pensare ai dati forniti da Ossigeno per l’Informazione che, dal 2006 allo scorso anno, ha censito 2060 casi di minacce, attentati, avvertimenti ai danni di migliaia di giornalisti. E la situazione volge sempre al peggio, visto che – come si apprende dalla Relazione – nei primi dieci mesi del 2014 sono stati registrati 421 atti di violenza o di intimidazione, quasi tre ogni due giorni.

Così quelle penne da strumento di libertà si trasformano in un cappio, in solitudine urlante, in aggressione fisica, in esperienze – come quella di chi scrive – che gridano vendetta.

D’altronde un giornalista che non scrive la verità, che non si guarda intorno, che non ha il coraggio di denunciare, non è solo una persona che semplicemente non sta facendo il proprio dovere nei confronti dell’opinione pubblica, ma avrà anche la responsabilità di portarsi sulla coscienza i dolori, le sopraffazioni e le ingiustizie subite dalle migliaia di cittadini vittime delle mafie, del malaffare, della corruzione.

Sembra difficile andare avanti, eppure un modo ci sarebbe: far camminare sulle nostre gambe le loro idee sempre, senza pulirci la coscienza solo e soltanto nei tristi anniversari. Idee libere di giornalisti liberi. Con la voglia di fare squadra, perché da soli non siamo nessuno, ma insieme siamo veramente forti. Se siamo soli siamo obiettivo, e un obiettivo troppo facile, se siamo insieme e facciamo realmente squadra allora sarà molto più difficile colpirci, molto più difficile tapparci la bocca.

Perché puoi spezzare una matita, ma spezzarle tutte, se vanno nella stessa direzione, quello non potrà avvenire mai.

*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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