Casamonica: Federica Angeli, “non avrei mai dato loro voce se non con un contraddittorio forte”

20150909_casamonica-porta-porta“Se continuiamo a ritenere più importante l’audience, lo share, gli ascolti piuttosto che una battaglia contro la criminalità organizzata….” Possibile che siamo ancora a questo punto? Che la qualità del servizio pubblico debba ancora cedere il passo al calcolo quantitativo di una qualsiasi impresa commerciale? Ebbene sì, cara, bravissima Federica, siamo ancora a questo punto. Contano i numeri, conta – scusate il bisticcio – soltanto quello che si può contare. Senza una vera rivoluzione culturale, che è ancora molto al di là da venire soprattutto se la scuola e i media non daranno una mano, ogni altra scala di valori impallidisce e sfuma nel vago, nell’opinabile. E tutto ciò che è opinabile non “fa risultato”, non dà profitti né merito, non “fa curriculum”. A meno che non sia capace di farsi contare suscitando un’esplosione virale di sentimenti o di curiosità più o meno morbose. Nel bene e nel male, le conseguenze sono imprevedibili. E se la reazione emotiva a una foto scuote ancora oggi l’opinione pubblica più di migliaia di inchieste giornalistiche, un ospite che faccia scandalo può valere per ogni “bravo conduttore”, come li chiamava Frassica, assai più di un arricchimento di conoscenza o, in questo caso,  di un serio contributo di informazione sulla criminalità organizzata. Panem et circenses. Nonostante ogni sua pretesa modernità il potere mediatico, come quello politico, non ha cambiato ricetta. (nandocan)

***, 10 settembre 2015 *- “Pretendere da un mafioso che ammetta di essere un mafioso, con tutta l’esperienza che Bruno Vespa possa avere, credo sia impossibile, perché nessun capo mafia ha mai ammesso di essere mafioso. Farci prendere in giro, dopo il funerale show, per una seconda volta, dando ai Casamonica una piazza ben più grande del piazzale della chiesa di Don Bosco non è stato affatto rispettoso nei confronti di tutte le vittime dei Casamonica”. A dirlo è la giornalista di Repubblica, sotto scorta, Federica Angeli, intervistata da Articolo21.

A Porta a Porta Bruno Vespa invita Vera e Vittorino Casamonica, rispettivamente figlia e nipote del capo clan romani cui il 20 agosto scorso è stato riservato il funerale show che ha portato la famiglia di origine nomade agli onori della cronaca. Cosa pensa della presenza di questi esponenti del clan romano in casa Rai?
Io ho invitato Bruno Vespa a guardare negli occhi le persone vittime dei Casamonica, prima di dare per scontato che questi soggetti non siano mafiosi. Purtroppo, ancora una volta, sembra che le inchieste che hanno portato i cronisti sotto scorta per aver denunciato le mafie e tutto quello che c’è attorno non siano servite. Se serve in punta di diritto la contestazione del 416bis per ritenere le persone mafiose, allora il giornalismo d’inchiesta potrebbe tranquillamente scomparire. È ovvio che abbiamo l’obbligo di andare avanti parallelamente alle inchieste della magistratura, nel rispetto di quelle inchieste, ma con l’obbligo di accorgerci e di chiamare le cose col loro nome. Per quanto mi riguarda, ai Casamonica – io che ho guardato negli occhi e ho ascoltato le loro vittime, che hanno perfino paura di fare il loro nome e ti pregano in ginocchio di non svelare mai chi ti ha dato quelle informazioni – posso dire che io personalmente non avrei mai dato voce, se non con un contraddittorio forte, facendo quindi rispondere colpo su colpo con i fatti. Ricordo a Vespa che c’è una relazione uscita quattro giorni fa del Viminale, in cui tra le famiglie più pericolose della Capitale spicca al primo posto il nome dei Casamonica, con un patrimonio che ammonta a 90 milioni di euro di beni, oltre che per lo spessore criminale, per il loro giro di affari e di violenza. Io francamente ho trovato di pessimo gusto invitarli in quella trasmissione.

Quella di Bruno Vespa di invitare gli esponenti del clan romano è sembrata quasi una strategia per l’audience: la presenza dei due Casamonica in studio ha fatto registrare un milione e 340mila spettatori e uno share che supera quello del giorno prima che aveva visto in studio il premier Renzi.
Ecco, appunto: se continuiamo a ritenere più importante l’audience, lo share, gli ascolti piuttosto che una battaglia contro la criminalità organizzata, allora vuol dire che il nostro Paese è messo veramente male. Non si può vanificare il lavoro, anche di chi vive sotto scorta proprio per aver denunciato la pericolosità di questi clan, in virtù di pubblicità o di ascolti. Stiamo comunque parlando di una televisione di Stato che i contribuenti pagano. A tal proposito, io mi auguro che gli esponenti del clan presenti in studio non abbiano percepito nulla, perché se i soldi dei contribuenti fossero andati come gettone presenza di queste persone, fossero anche cento euro, saremmo davvero arrivati alla deriva del giornalismo italiano.

È sempre troppo poco lo spazio dedicato dalla televisione italiana al nodo delicato della lotta alla criminalità organizzata. Il fatto che la figlia di un boss abbia modo di giustificarsi per la scelta della colonna sonora del funerale show del padre sulla rete televisiva statale significa che qualcosa non funziona. Sembra di essere presi in giro una seconda volta dopo la messinscena del funerale.
Pretendere da un mafioso che ammetta di essere un mafioso, con tutta l’esperienza che Bruno Vespa possa avere, credo sia impossibile, perché nessun capo mafia ha mai ammesso di essere mafioso. Farci prendere in giro, dopo il funerale show, per una seconda volta, dando ai Casamonica una piazza ben più grande del piazzale della chiesa di Don Bosco – dopo che io alla manifestazione del 3 settembre mi sono sgolata per pronunciare nomi e cognomi di questi signori, nomi impronunciabili in quel quartiere – non è stato affatto rispettoso nei confronti di tutte le vittime dei Casamonica. Vespa avrebbe dovuto avere rispetto di tutte quelle persone che non hanno la forza di denunciare i Casamonica, terrorizzati dalle loro ritorsioni. Ma non soltanto, avrebbe dovuto mostrarsi rispettoso anche nei confronti di chi, come me, crede ancora nella funzione del giornalismo. Secondo me, l’audience o la tiratura delle copie passa assolutamente in secondo piano rispetto ad una lotta seria contro la criminalità organizzata, di cui anche noi giornalisti facciamo parte. Noi abbiamo il dovere di farne parte: la nostra voce deve rappresentare quella di chi purtroppo non la ha o perché inascoltato. E Bruno Vespa qui non ha dato voce alle vittime.

Tant’è che, appunto, invece di puntare l’attenzione su quei casi che vedono, ad esempio, il giornalismo nostrano vittima di soprusi e minacce – fisiche e non – da parte della criminalità organizzata (ad esempio la troupe televisiva di Agorà aggredita proprio da soggetti vicini ai Casamonica), si è offerto il palcoscenico al carnefice.
Sarebbe stato opportuno affiancare a questi soggetti un contraddittorio, ad esempio invitando un giornalista che conoscesse a fondo la famiglia in questione, che sapesse di che pasta sono fatte queste persone. Vespa avrebbe dovuto garantire la presenza in studio di una persona capace di mettere con le spalle al muro i due esponenti del clan. Non si può concedere a questi soggetti la possibilità di dichiarare in televisione che Vittorio Casamonica fosse un’anima pia. Non dimentichiamo che quella persona che dichiarano esser stato un uomo speciale ha iniziato il malaffare su Roma con Nicoletti della Banda della Magliana, il quale passava a Casamonica il pacchetto di creditori da andare a picchiare per riscuotere i debiti di usura della Banda. A me sinceramente della contestazione giuridica interessa poco rispetto a quello che so e che ho visto in venti anni di cronaca nera sui Casamonica.

Dal Campidoglio si pretendono le scuse. Sembrerebbero, però, insufficienti delle scuse per cancellare un episodio vergognoso come quello andato in onda su Rai uno.
Io mi permetto di fare una critica: è giusto che il sindaco di Roma pretenda delle scuse dalla Rai, ma non mi sembra di averne sentite da parte sua e delle istituzioni in occasione della manifestazione dello scorso 3 settembre. A volte bisognerebbe parlare a ragion veduta. Però, se lo vedessimo come una presa di coscienza dell’errore fatto da chi governa la città rispetto alla sottovalutazione di aver lasciato una piazza a quelle persone, allora la possibilità di redimersi c’è. A proposito delle scuse, quando la risposta è che questo significa fare informazione, io credo che i vertici della Rai abbiano già dato modo di capire che di scuse non siano intenzionati a farne. Ed è un peccato non rendersi conto della gravità di dare voce a persone che hanno terrorizzato e terrorizzano la città.

*da articolo21.org, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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