“Ecco le cose che Francesco mi ha insegnato”

Roidi vittorio***di Vittorio Roidi, 6 luglio 2015 – Se n’è andato Francesco De Vito, uno dei giornalisti romani che con maggiore continuità e convinzione hanno lavorato negli organismi della categoria. Molti lo ricordano come presidente dell’Associazione dei giornalisti parlamentari. In realtà, prima e dopo quell’incarico prestigioso, è stato eletto più volte dai colleghi romani nelle assemblee rappresentative del sindacato e dell’Ordine. Non ha smesso mai di lavorare per la categoria.

Siamo stati molto insieme, con Francesco, negli anni che vanno dal 1990 al 2007, quando io (sconfitto da Del Boca) ho deciso di lasciare definitivamente l’Ordine. A lui devo molto.

Francesco mi ha insegnato tante cose: ad essere leale, in un ambiente pieno di sgambetti e di promesse non mantenute; ad essere freddi, che la passionalità può costare cara alle coronarie; a trattare con distacco il mondo politico, che lui ben conosceva e che io poco ho voluto frequentare.

Francesco mi ha insegnato che chi viene eletto deve portare avanti il proprio mandato con umiltà e spirito collegiale, perché non basta fare programmi e bei discorsi, ma occorre stare accanto ai colleghi e spendere tante energie nelle operazioni organizzative, nel creare e rinsaldare lo spirito libero..

Mi ha insegnato la coerenza, perché ci sono momenti – ad esempio allorché in qualità di giudici si deve valutare il comportamento di un collega – in cui si dimostrano la serietà, il rigore, il rispetto delle idee sulle quali si fondano le nostre istituzioni.

Senza l’etica, senza l’applicazione di norme deontologiche  la libertà di espressione e il diritto di cronaca si trasformano e si alterano; il giornalismo diventa anarchia, faziosità, abuso.

Queste sono state le ragioni che ci hanno spinto a fondare  Giornalismo e Democrazia, un’associazione e un sito Internet con i quali intendevamo proseguire il nostro impegno sui temi della professione. Volevamo continuare la battaglia. L’impegno di Francesco non si è spento mai. Io lo  ricorderò come una persona riflessiva, timida quasi, silenziosa, ma che sempre proponeva con forza le proprie convinzioni. Un amico vero, nel cui nome Giornalismo e democrazia continuerà il proprio lavoro.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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