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Srebrenica: l’Occidente sapeva!

 Non del massacro degli oltre ottomila bosniaci musulmani, precisa la redazione dell’articolo che segue, ma – secondo rivelazioni di ieri nell’edizione domenicale del Guardian – il Tribunale penale internazionale ha documentato che molto prima della famigerata operazione condotta sotto il comando di Mladic, gli occidentali “concordarono che Srebrenica e altre due aree protette dall’Onu sarebbero state indifendibili” . Insomma, i governi inglese, francese e americano ne accettarono il sacrificio ritenendolo un passaggio necessario alla pace. Il quotidiano britannico aggiunge però che “non si poteva avere percezione delle dimensioni della tragedia” (nandocan).  

Mladic Radzic***da Il mondo di Annibale, 7 luglio 2015 – Molto spesso la verità più è sconvolgente più è banale: i governi inglese, francese e americano concordarono sul fatto che Srebrenica e altre due aree protette dall’Onu sarebbero state indifendibili molto prima che Mladic fosse sul punto di entrare nell’enclave. Emerge da un’indagine basata su documenti che raccontano la caduta di Srebrenica, cablogrammi diplomatici declassificati, interviste esclusive, interrogatori e deposizioni al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpi): “l’Occidente- scrive l’Ansa dandone notizia- avrebbe avuto una grande responsabilità nel più grave massacro compiuto su suolo europeo dal 1945 a oggi. La rivelazione, basata sulle carte raccolte in oltre 15 anni di ricerche da Florence Hartmann, ex corrispondente di Le Monde e già portavoce del Tpi, è stata fatta dall’Observer, edizione domenicale del Guardian.”

 Il piano era semplice: sacrificare Srebrenica per raggiungere una pace possibile con i serbi, tutto qua. Come si legge nell’anticipazione pubblicata ieri sul sito internet del quotidiano inglese, “la caduta di Srebrenica in Bosnia, 20 anni fa, fu un elemento chiave della strategia portata avanti dalle tre maggiori potenze occidentali – Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia – e non un evento inatteso e scioccante, come a lungo si è creduto”. Strategia per “la pace a ogni costo”, che ebbe tuttavia come effetto collaterale il massacro di oltre 8 mila maschi bosniaco-musulmani a Srebrenica, nel luglio del 1995, per mano dei soldati serbo-bosniaci comandati da Ratko Mladic.Secondo l’inchiesta, le potenze occidentali avrebbero tuttavia dovuto essere al corrente della cosiddetta ‘Direttiva 7’, che prevedeva “la rimozione permanente” dei musulmani bosniaci dalle safe area.I particolari inauditi che emergono sono agghiaccianti. Un esempio citato dall’ottima ricostruzione dell’Ansa: quando la situazione fu più chiara, l’Onu fece arrivare nella zona 30 mila litri di gasolio, che furono utilizzati dai serbi come combustibile per i mezzi che trasportarono le vittime verso la mattanza e poi verso le fosse comuni. Quando il massacro era ormai all’apice, infine, negoziatori occidentali incontrarono Mladic e Milosevic, senza tuttavia toccare il tema dello sterminio, anche se cablogrammi Usa declassificati dimostrano che “la Cia stava osservando quasi in diretta attraverso i satelliti” l’orrore in corso tra le colline della Bosnia.

Il testo del Guardian soggiunge che non si poteva avere percezione delle dimensioni della tragedia. Questo eccezionale documento ci interpella, per capire l’orrore di ieri e tanto altro dell’oggi.

E infatti è d’obbligo porsi una domanda: siamo sicuri che, sempre per raggiungere la partizione accettabile in questo caso da Assad, in Siria non sia accaduto lo stesso con l’orrenda pulizia etnica perpetrata con l’ausilio di pasdaran e Hezbollah nella Valle dell’Oronte? Qualcuno si sente di escluderlo? Obama potrebbe, volendo, dirci la risposta.

*Il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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