Passa la “Ley Mordaza” (Legge Museruola). In Spagna non si potrà più protestare

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Una conferma della tendenza generale in Europa a rispondere alla protesta sociale non più soltanto con la repressione giudiziaria, ma con la limitazione preventiva della libertà di espressione e dei diritti civili, politici, sindacali.  La storia anche recente dimostra che si tratta di una risposta miope e suicida perché la protesta si estenderà comunque con le politiche economiche di rigore a senso unico, che non risolvono la crisi ma inevitabilmente producono l’aumento progressivo delle disuguaglianze. E’ dunque una dimostrazione di debolezza dei nostri gruppi dirigenti europei, sempre più incapaci di una visione strategica del destino comune, imbarazzati e sgomenti anche dopo la lezione subita col referendum in Grecia.  Anziché prendere atto del fallimento delle politiche neoliberiste, come consigliano ormai i maggiori esperti sul campo e riprendere nelle loro mani un’economia per troppo tempo abbandonata al capriccio dei mercati finanziari, indugiano nella follia di una navigazione a vista in mezzo agli scogli (nandocan) 

***di , 6 luglio 2015 – In Spagna è entrata in vigore dal primo luglio la Ley de seguridad ciudadana (Legge di Sicurezza civica). Soprannominata “Ley Mordaza” (Legge Musuerola), la nuova disposizione è passata in Parlamento coi soli voti del Partido popular, che ha la maggioranza assoluta, e il no di tutte le opposizioni. Numerosissime sono state le prese di posizioni contrarie e dure critiche sono state espresse da cinque relatori per i diritti umani delle Nazioni unite.
La legge nasce in un contesto politico molto complesso, con le ondate di proteste che, in Spagna, hanno portato all’elaborazione di nuove proposte politiche che hanno ottenuto successo nelle urne, un Parlamento dominato dalla maggioranza assoluta del Pp al quale corrisponde nella società un livello di discredito altissimo – determinato dal disvelamento del sistema di accumulazione di fondi neri che avrebbe coinvolto il partito sin dalla sua nascita – confermato dalle recenti tornate elettorali, una generale caduta di credibilità delle istituzioni politiche. Il tentativo era quello di restituire autorevolezza all’esecutivo impostando con le opposizioni un dialogo sul tema del terrorismo. Tentativo partito male, per lo smarcamento di tutti i partiti eccetto il Psoe, e finito peggio, colla scrittura di un testo che, con la scusa del terrorismo, legiferava nel campo delle libertà civili e di espressione.

Il testo, che tra l’altro accoglie nell’ordinamento spagnolo la pena dell’ergastolo, finora esplicitamente vietata, è stato già impugnato davanti alla Corte costituzionale dal Partito socialista – una durezza determinata probabilmente dallo smacco subito con la presentazione di un testo la cui condivisione era evidentemente impossibile per il Psoe malgrado l’iniziale disposizione all’interlocuzione.
Dal primo luglio la Spagna si è messa ai margini del sistema di garanzie democratiche europeo, adottando una sorta di “modello ungherese”. Il paragone non è solo evocativo perché, come in quello ungherese, la limitazione della libera espressione e dei diritti individuali e collettivi passa dalla “amministrativizzazione” della repressione e della censura. Vediamo come.
Troppo spesso, nei tribunali, i giudici hanno smentito i verbali e le testimonianze di polizia, valutato l’effettiva perturbazione dell’ordine pubblico, la coscienziosità della condotta e non trovato conferme ai verbali di polizia – risultati anche falsi e smentiti dalle tante immagini riprese sul luogo e condivise nelle reti sociali. Qui sta l’aggancio con l’attualità politica spagnola, segnata da proteste e movimenti che hanno determinato un rivolgimento del quadro politico con effetti ancora in divenire. Come fare a impedire alla protesta civile di esprimersi – una protesta che non è possibile reprimere penalmente perché improntata al rifiuto convinto e radicale dell’uso della violenza come strumento di lotta politica? Sanzionando i comportamenti con multe, che vanno da cento a 600 mila euro.

In Spagna non si potrà scrivere su Internet dove si tengono atti di protesta non autorizzati (neanche sui propri account personali), non si potranno fotografare appartenenti alle forze dell’ordine, non ci si potrà arrampicare sulle ciminiere o sulle gru per protesta (addio alle battaglie operaie e a quelle ecologiste), non si potranno tenere spettacoli né concentrazioni nei pressi dei palazzi ufficiali (in particolare al Parlamento o alla residenza del governo o davanti alle sedi dei ministeri), non si potranno occupare piazze, fare picchettaggi o tentare, anche con metodi non violenti e resistenza passiva, di impedire, per esempio, una requisizione di un alloggio). Ognuna di queste attività viene esplicitamente vietata dalla nuova legge che costituisce un insieme di norme che, per raggiungere lo scopo di impedire l’espressione del dissenso politico e sociale, adotta il percorso paradossale di depenalizzarle.
Ogni attività di lotta può infrangere una norma amministrativa o addirittura comportare un reato. Si tratta di compensare tra il diritto alla lotta politica e l’ordine pubblico, cosa che avviene poi in tribunale. Una volta rese infrazioni amministrative condotte che rientrano nell’ordine pubblico, invece, queste vengono sottratte al giudizio dei tribunali. In questo modo la sanzione che limita le libertà non viene erogata da un giudice – che ascolta le parti, verifica gli atti, applica le leggi e lo spirito della Carta costituzionale – ma basta un verbale di polizia per vedersi comminata una salata multa.

Molte sono state le prese di posizione contro la Ley Mordaza. Ammnesty international, Greenpeace, la Caritas e tantissime associazioni politiche e di volontariato. Il Consiglio generale degli avvocati, i cattedratici di diritto penale di Spagna, l’Unione progressista dei pubblici ministeri, Jueces para la democracia (la componente della magistratura affine a Magistratura democratica).

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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