Ddl Diffamazione, il no al carcere non è sufficiente. Serve mobilitazione

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Il segretario della FNSI ha ragione. Se il cronista di un piccolo giornale o di una testata online, pur non rischiando il carcere, può essere sbeffeggiato e smentito in malafede con la rettifica senza possibilità di replica e per di più costretto a perdere tempo e denaro per girare l’Italia a difendersi dalle accuse,  mentre chi l’accusa in malafede non è neppure chiamato a risponderne con una condanna adeguata, beh allora non potremo sorprenderci se quella che ci ostiniamo a chiamare la patria del diritto sarà ancora il paese delle cricche e delle mafie, dei politici e degli imprenditori corrotti  e dei boss che la fanno franca in attesa di prescrizione.  (nandocan).

***di , 4 luglio 2015 – Cari amici di Articolo 21, l’imminente calendarizzazione al Senato della proposta di legge sulla diffamazione, richiederà un’iniziativa comune per migliorarne il testo. La cancellazione del carcere per i giornalisti non è sufficiente. La proposta contenuta nel testo approvato alla Camera contiene infatti numerose criticità, che rischiano di vanificare gli effetti della riforma. Intanto, quanto previsto sulle querele temerarie è assolutamente insufficiente: occorre recepire l’indirizzo della Corte europea dei diritti dell’uomo, inserendo l’esplicita previsione di una condanna dell’attore “temerario” ad una sanzione pecuniaria proporzionale all’entità del risarcimento richiesta al giornale e al giornalista.

È poi inaccettabile la nuova formulazione della rettifica: non si può pretendere che venga pubblicata senza titolo e senza alcuna possibilità di replica, a meno che non la si voglia trasformare in uno strumento di pressione, se non di subdola intimidazione, soprattutto nei confronti di quei giornali e di quei giornalisti che non hanno i mezzi economici per far valere le proprie ragioni in tribunale. Va infine rivista la competenza territoriale del giudice per le presunte diffamazioni commesse sui siti on line: deve valere quella del tribunale in cui è registrata la testata, non quella del luogo di residenza del presunto diffamato.

Il rischio, infatti, è quello di condizionare fortemente la libertà dei giornalisti che lavorano nelle testate on line indipendenti. Su questi temi sarà necessaria un’iniziativa pubblica, magari al Senato, per richiamare i parlamentari alle loro responsabilità di legislatori di una grande democrazia che dice di voler difendere le libertà e i diritti a tutte le latitudini.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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