Grecia, tifoserie schierate e sostenitori in trasferta a dare ragioni e torti

Remondino, da buon giornalista, non prende posizione e la sua anamnesi della malattia greca mi sembra impeccabile.  Ma una visione troppo disincantata della realtà rischia di trascurare il “possibile” che solo il ragionamento politico, non subalterno all’economia, riesce a vedere (nandocan). 

Remondino Ennio***di Ennio Remondino, 3 luglio 2015* – Sono in tanti ad andare ad Atene, come avvenne per la ‘Brigata Kalimera’ che festeggiò il successo elettorale di Alexis Tsipras. Per loro accoglienze diverse, come da sommario. Ognuno a prendere un pezzo della tragedia greca in corso, per esaltarlo a suo uso e consumo. Grillo apprezza ed esalta la tecnica muscolare negoziale, e i No continui. Fassina seguirà il voto con il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis e il vicepremier Yannis Dragasakis. Poi Sinistra Ecologia e Libertà. Dovrebbe esserci anche Nichi Vendola. Destra a casa con Salvini e fascioleghisti che vorrebbe ma non è il caso.

E la politica italiana con i suoi incerti schieramenti sulla questione greca, fotografa la propria inconsistenza. Con la sola omogeneità tra i fronti del sì e del no ad addossare le colpe del disastro economico-finanziario del Paese all’Europa o alla cattiva gestione interna. E a leggere le cronache sembra una guerra di Troia a parti invertite, con i greci nel ruolo degli assediati e un referendum indetto dal loro stesso governo a fare da ‘cavallo’. Cronache surreali, da cui emergono mille e ancora mille ingerenze e pressioni dirette e indirette nel bel mezzo della campagna referendaria.

Per provare a capire la Grecia oggi dobbiamo tornare alla nascita dell’Euro. Quando inventammo una moneta eguale per Paesi diseguali per condizioni economiche, sociali, politiche, di sviluppo e di debiti pregressi. Quando decidemmo di darci una moneta virtuale rispetto alla ricchezza reale dei diversi Paesi. E con il passaggio dalla Dracma all’Euro i greci hanno colto l’opportunità di uscire dalla povertà, finanziando a debito il potere d’acquisto. Primo problema: sono stati aumentati salari e pensioni, mentre lo Stato non è divenuto più efficiente dal punto di vista fiscale e amministrativo.

I cittadini si arricchivano un po’ rispetto al passato mentre lo Stato si impoveriva e si indebitava con le istituzioni internazionali. E gli Stati europei virtuosi? Meno produci tu, più miei prodotti ti vendo. E se non hai soldi per comprare, te li presto per riscuotere poi buoni interessi garantiti da altri. Tutto ciò accadeva mentre la Grecia proseguiva nelle sue spese folli, vedi le Olimpiadi nel 2004. Tutti colpevolmente dissennati, creditori e debitori, accusa oggi Tsipras, chiedendo a chi è stato complice dello spreco ieri di tagliare il debito, almeno nella misura in cui se ne sono certo avvantaggiati.

Ragionamento politico ma non economico. Stessa richiesta potrebbe venire dall’Italia – 90 miliardi interessi l’anno da pagare sul debito – da Spagna o Portogallo. E in questo modo salterebbe l’euro.

Dal gennaio scorso è in corso questa partita tra Tsipras e il resto dell’Europa, mentre – sfortuna della Grecia – si era finiti nel pieno di uno scontro globale con la disputa tra Stati Uniti e Russia e crisi varie in Medio Oriente e Nord Africa. Tsipras ha provato poi con la Russia, ma anche qui hanno prevalso altri interessi di Mosca che, nel pieno delle sanzioni Ue, non vuole inasprire la tensione.

Inizia allora il braccio di ferro tra Atene e l’Ue, costellato di bluff, furbizie, proposte impraticabili. É in quella fase che il governo attuale della Grecia ha perso davvero la partita. Inaffidabilità vera o presunta di Tsipras e Varuofakis. Dopo la rottura ad accordo quasi raggiunto, col referendum -giusto o sbagliato che sia- Tsipras ha provato a rilanciare proponendo di trattare ancora ma i No sono stati quasi corali. Per tre ragioni, buone o cattive che siano: 1) l’Europa esiste solo in quanto unione monetaria; 2) un’Europa politica non è mai esistita; 3) se saltano le regole monetarie salta l’Europa.

*da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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