In ricordo di Francesco De Vito

De Vito Francesco stampa parlamentareRoma, 3 luglio 2015 – Sono andato a salutarlo stamani per l’ultima volta. Francesco de Vito, giornalista professionista, è morto  l’altro ieri all’ospedale di Santo Spirito a Roma, dove era stato ricoverato per un malore improvviso. Aveva settantasette anni. “E’ morto senza soffrire, nel sonno – mi ha detto abbracciandomi la moglie Stefania e ha aggiunto piangendo: secondo me lo ha fatto per non disturbare nessuno, era proprio una sua ossessione quella di non voler disturbare”.  Anch’io, come tanti suoi amici, ricordo un collega attento, riflessivo, cordiale anche, ma timido e schivo. Non è stato facile trovare una foto di lui sulla rete. Ma i giornalisti romani, che lo hanno eletto più volte negli istituti rappresentativi della categoria, nel sindacato e nell’ordine, conoscevano e apprezzavano, accanto al rigore e alla competenza, la sua sensibilità. Di sé parlava di rado. Così soltanto ora, dai suoi pochi cenni biografici, ho appreso che aveva iniziato la professione come capo ufficio stampa di una missione diplomatica estera. Nel 1969 era stato tra i promotori del “Manifesto» mensile e, dopo la trasformazione in quotidiano, vi aveva lavorato come redattore degli Esteri, caposervizio al sindacale e infine come notista politico.  Nel 1976 era passato a “l’Espresso”: cronista parlamentare, inviato e da ultimo, una volta in pensione, collaboratore. Mentre il figlio Vladimiro seguiva l’esempio del padre a Repubblica. A dare a Francesco una certa popolarità è stata, per due legislature, la presidenza dell’Associazione stampa parlamentare (la foto lo riprende alla Camera mentre prende la parola durante la tradizionale cerimonia della consegna del “ventaglio” alla presidente Nilde Iotti).  Così, con modestia e senza disturbare nessuno, Francesco si è impegnato fino dagli anni sessanta e settanta nel movimento dei giornalisti democratici e nel Gruppo di Fiesole, nella FNSI e  nel Consiglio nazionale dell’Ordine. Con modestia e sedendo quasi sempre nelle ultime file, ha voluto essere tra i fondatori di “articolo 21” e di “Giornalismo e democrazia”. Condividendo la convinzione  che soltanto una forte solidarietà nella difesa dell’autonomia professionale dalle pressioni del potere politico ed economico avrebbe permesso di risalire la china che ha trascinato l’Italia agli ultimi posti nelle classifiche mondiali della libertà di stampa. Dalla scena di questo mondo è uscito con la preghiera di Bertold Brecht  nel finale della poesia “A coloro che verranno”, che Stefania e Vladimiro hanno citato nell’annuncio di morte: “Ma voi, quando sarà venuta l’ora/che all’uomo un aiuto sia l’uomo/pensate a noi/ con indulgenza”.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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