Il PD di Roma e la militanza

Andrea Declich mi segnala un suo articolo pubblicato sul sito “La Flaminia” che contiene alcune proposte concrete per introdurre nel partito il controllo effettivo dei dirigenti e degli amministratori eletti da parte della base, fino ad oggi del tutto irrilevante. Ne pubblico qui di seguito la parte centrale che ritengo più significativa (nandocan)
Pd bandiere***da Andrea Declich, 25 giugno 2015 – ….A mio modesto parere, la questione è la seguente: la base del partito non ha alcuna influenza nelle decisioni. Cioè, le persone che dalla politica non traggono vantaggi diretti se non la eventuale soddisfazione traibile dal contribuire all’indirizzo politico del paese, o della città in cui vivono, non contano nulla nel Pd.
UN BALUARDO ALLA DEGENERAZIONE
Il sistema ha degenerato ed ora è arrivato il momento della magistratura.
Come si può fare per invertire questa tendenza?
Come fare in modo che il partito diventi il luogo e lo strumento con cui le persone di orientamento riformista contribuiscono alla determinazione della linea politica dell’organizzazione di cui fanno parte e che li rappresenta?
Come far sì che, con la loro attiva presenza, tali persone diventino il baluardo alle degenerazioni che ormai abbiamo tutti sotto gli occhi?
USARE INTERNET
La riforma del tesseramento è una condizione necessaria per il perseguimento di questi obiettivi, ma da sola non basta certo.
Mi permetto di dare un mio piccolo contributo sull’argomento, forse banale, che si basa sulla seguente idea: usare internet.
Mi si dirà: la montagna partorisce il topolino.
Certo, ma al momento, per uscire fuori dal pantano, c’è la necessità di fare cose semplici, ma con risolutezza.
Cos’altro è, se no, una riforma del tesseramento che faccia corrispondere una tessera a un militante convinto?
Ed è banale ricordare che con un uso avveduto di internet per il coinvolgimento dei simpatizzanti che Obama ha ottenuto i suoi strabilianti risultati.
Con un’accorta e tecnicamente non complessa organizzazione, si potrebbe fare in modo che l’espressione e lo scambio di idee tra gli iscritti, oramai regolarizzati, dopo la riforma Orfini, possa avvenire in maniera ordinata e significativa.
Senza imporre riunioni lunghissime e inefficienti, dando a tutti la possibilità di contribuire alle decisioni, quindi anche a persone impossibilitate per il lavoro o dagli impegni familiari (condizione tipica dei giovani adulti, specie se precari) ad offrire una presenza continuativa.
Non sarebbe, d’altra parte, un cosa bizzarra: chiunque sta su un qualsiasi social network sa quanto Internet sia il canale di espressione e di riflessione politica di tanta gente.

INTERNET, DUNQUE.

Sarebbe una rivoluzione pratica, forse.
Tuttavia parziale: penso, infatti, all’uso di internet nel quadro della realizzazione di riunioni che siano lafusione di strumenti tradizionali e telematici. Alle riunioni ibride potrebbero partecipare per via telematica tutti gli iscritti, prendendo spunto dall’introduzione del presidente della riunione che sarà disponibile in rete (un po’ come avviene, anche se faccia a faccia, in qualsiasi riunione che si rispetti).
Chi partecipa avrebbe un account certificato e non potrebbe usare nickname o altre forme di camuffamento.
D’altronde, nella politica di oggi in cui tutti sembrerebbero metterci la faccia, è giusto che ce la mettano anche i militanti.
Le cui facce, in realtà , non le vuol vedere nessuno: non mi sembra che il centrosinistra romano abbia discusso le sue decisioni coi militanti negli ultimi 15-20 anni.
Alla fine di un periodo dato, in cui si sono raccolti vari interventi, tutti di una lunghezza anch’essa data e ragionevole (non più di 15 righe, per esempio), ci si riunisce, fisicamente questa volta, per prendere la decisione del caso, per esempio:
  1. far arrivare un documento ai dirigenti;
  2. fare un volantinaggio al mercato;
  3. votare una mozione,
  4. raccogliere le firme per aprire un parco pubblico,
  5. raccogliere firme per un referendum,
  6. controllare quello che fanno gli eletti in municipio,
  7. esprimere la propria posizione su un progetto urbanistico locale,
  8. ecc..

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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