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Noi, i terroristi e la civiltà del vivere insieme

Che con questi attentati, come con quelli compiuti in passato, i terroristi si propongano di  distruggere “la civiltà del vivere insieme”, come scrive Riccardo Cristiano nell’articolo che segue, a me pare un’interpretazione molto parziale. Non credo questo sia, se non tatticamente, l’ obbiettivo dell’Isis, anche se potrebbe esserne l’effetto, ammesso che quella civiltà non sia stata già abbastanza compromessa dalla nostra politica nei confronti dei loro paesi di origine. Ma certo è l’interpretazione che più si concilia con l’impostazione data nelle cronache occidentali, in perfetta coerenza con quello che, secondo l’acuta osservazione di un collega ospite della trasmissione “Otto e mezzo”, lettori e telespettatori “vogliono probabilmente sentirsi dire”.

Secondo me, invece, il vero obbiettivo dell’Isis è quello di riconquistare alla legge islamica e ad una rigida interpretazione sunnita quell’egemonia nel mondo mussulmano che avevano conservato politicamente per secoli fino alla fine dell’impero ottomano. Il nazionalismo “laico” panarabo prima e, con la rivoluzione di Khomeini, il prestigio degli odiati sciiti poi avevano di fatto riempito quel vuoto. Un prestigio, vorrei sottolineare, conquistato dagli sciiti anche attirando sull’Iran quella preziosa (da un punto di vista fondamentalista) ostilità occidentale che agli occhi di una quota crescente di mussulmani li distingueva dall’ossequio servile delle monarchie del golfo, indegne “custodi dei luoghi sacri”. Non a caso i principi Sauditi hanno dovuto scegliere, da almeno un ventennio a questa parte, la strada del doppio gioco, non rinunciando ai guadagni e alle alleanze basate sul petrolio, ma  provvedendo nel contempo a finanziare ed armare i movimenti jihadisti.

C’è da stupirsi allora se quella preziosa ostilità occidentale viene oggi ferocemente ricercata dagli uomini del Califfo o se questi considerano una vittoria il riavvicinamento dell’Iran agli Stati Uniti di Obama? C’è da stupirsi se tra gli immigrati mussulmani in Europa se ne trova qualcuno pronto a sacrificarsi per quello che considera un riscatto da una condizione umiliante per lui o per i suoi compagni di fede? Io credo di no e penso che una giusta, severa reazione da parte nostra non possa prescindere da questi aspetti se non a rischio di essere inefficace o addirittura controproducente.

Tuttavia, se non condivido l’interpretazione degli attentati  proposta dall’amico Riccardo, ne condivido invece la conclusione, quando si invita a contrastare “la cultura dell’odio con un’azione di moderazione, determinazione, condivisione di valori, denuncia esplicita e comune”. Ma anche, aggiungo io, con il rifiuto radicale di un anti-islamismo che, per ignoranza e insipienza, rischia di crescere in Occidente a meno di un secolo dall’antisemitismo contro i loro “cugini” ebrei, che tante tragedie ha causato in Europa e in quella parte tormentata del mondo (nandocan)  

Il mondi di Annibale***Un venerdì di odio: 37 morti in Tunisia, 25 in Kuwait. I terroristi vogliono distruggere la civiltà del vivere insieme, di , 26 giugno 2015* – Tunisia di nuovo sotto il fuoco dei terroristi. La sola “rivoluzione pacifica” che ha prodotto un sofferto cambiamento in positivo, democratico e costituzionale, deve morire. E’ probabilmente questo il messaggio che gli assassini hanno voluto lanciare sparando contro il resort e i suoi ospiti, tunisini e stranieri. Che il turismo sia una risorsa preziosa per la Tunisia non è certo un mistero, neanche per i terroristi.

I nemici giurati della Primavera si accaniscono dunque contro il solo vessillo di un cambiamento arabo possibile, con efferata spietatezza. Mentre colpiscono anche in Francia, in modo altrettanto efferato e feroce.
Un altro colpo, assai più oscuro, è stato inferto in Kuwait, facendo esplodere una bomba in una moschea dove fedeli di osservanza sciita pregavano in occasione di questo venerdì di Ramadan. Viene spontaneo pensare, dopo che un attentato analogo ha avuto luogo contro sciiti in preghiera anche in Arabia Saudita, “chi ha interesse a destabilizzare il Golfo”?
Il mese del digiuno è il mese della pace, per simbolo e per eccellenza. Mese in cui diminuiscono i furti, i litigi, le aggressioni. I terroristi lo vogliono capovolgere, come vogliono capovolgere il senso comune della religione.E trasformarla in volano di odio.
Questo venerdì sarà ricordato come un venerdì importante per tutti, davanti al diffondersi di questa cultura dell’odio che soffia ovunque, mentre si stenta a capire come contrastarla con un’azione di moderazione, determinazione, condivisione di valori, denuncia esplicita e comune. Per salvare quella che i terroristi vogliono distruggere, la civiltà del vivere insieme.
*da “Il mondo di Annibale, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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