L’Italia riunisca ad Assisi i sostenitori delle Nazioni Unite e promuova il suo rilancio!

Onu

Sono sicuro che la proposta del coordinatore della Tavola della Pace apparirà ancora una volta a molti ingenua e rituale, un modo come un altro per celebrare la ricorrenza del settantesimo anniversario della Carta dei diritti dell’uomo. Mentre apparirà più realistico il suggerimento del supermiliardario Soros di provare a  “unire le sfere economiche degli Stati Uniti e della Cina” per scongiurare il pericolo di un’alleanza politica e militare di quest’ultima con la Russia. Perché questo suggerimento, a differenza della proposta di Lotti, non chiede l’abbandono delle logiche di dominio che hanno guidato fino ad oggi le relazioni fra i popoli e gli Stati. Nè lo richiede l’organizzazione  delle Nazioni Unite, dove l’assemblea generale non ha alcun potere effettivo mentre le grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale assicurarono a se stesse quel diritto di veto che consente, nella maggior parte dei casi, l’uso strumentale o l’irrilevanza. Ernesto Balducci, che in gioventù ho avuto per maestro e guida spirituale, all’inizio degli anni ottanta, in un saggio “sulla situazione apocalittica” intitolato a “Il terzo millennio” spiegava come ” la legge della volontà di potenza ha regolato finora l’evoluzione biologica e storica”. Ma oggi – proseguiva – “l’umanità è giunta ai confini di se stessa: la legge di conservazione la obbliga a discendere in sé per afferrarsi all’altro principio che, più di quanto non appaia, è stato fecondo nella storia. L’uomo è amico all’uomo, l’uomo avverte nell’altro la condizione stessa per scoprire la propria interiorità e per far fronte con efficacia ai rischi a cui è esposta la sua esistenza…e ormai lo stato delle cose chiede proprio ai miti e ai pacifici di addossarsi il peso della storia, perché senza di loro essa va verso la morte”. Badate però,  aggiungeva Balducci, “per riuscire a fare dell’amicizia dell’uomo per l’uomo la vera molla della storia bisogna uscire dall’ottica degli emarginati (e i non-violenti sono emarginati da sempre), quasi sempre viziata dal sospetto manicheo che il mondo del potere sia radicalmente irredimibile. Non è così. Tutto ciò che è nato dalla ragione dell’uomo, anche dell’uomo violento, non può che riflettere in qualche misura l’aspirazione di fondo del genere umano, che è l’aspirazione all’unità nella libertà” (pagg 204-205 , Mauro Pagliai editore). Ecco allora che anche l’iniziativa  proposta da Lotti può diventare un piccolo contributo al realismo che ci impone la Storia. (nandocan).

***di , 25 giugno 2015* – “Non è esagerato dire che siamo sulla soglia della terza guerra mondiale”. Il supermiliardario George Soros non usa giri di parole per descrivere i pericoli che stiamo correndo. Ad ascoltarlo nel quartier generale della Banca Mondiale a Washington, lo scorso 19 maggio, ci sono i capi delle principali istituzioni finanziarie mondiali. Per evitare questo rischio, continua Soros, “bisogna unire le sfere economiche degli Stati Uniti e della Cina. Senza di questo c’è il pericolo reale che la Cina si unisca politicamente e militarmente alla Russia e allora la minaccia di una terza guerra mondiale diventerebbe realtà. La strada da percorrere è difficile ma l’alternativa è così sgradevole che vale la pena di provarci.” Lo scenario descritto dal celebre finanziere americano allude ad una delle tre principali lotte di potere che stanno devastando il mondo: la lotta per il denaro, la guerra valutaria che rischia di veder soccombere il dollaro. La seconda grande lotta di potere che sta infiammando il pianeta è quella per il controllo mondiale delle ultime terre coltivabili e delle ultime risorse naturali rimaste. La terza è quella meno occultata che sta divorando centinaia di migliaia di vite umane nel mondo islamico: la guerra selvaggia tra sciiti e sunniti.

In altri tempi, neanche troppo remoti, ciascuna di queste tre grandi lotte di potere che minacciano la nostra sopravvivenza sarebbe stata al centro del dibattito internazionale. Oggi invece sono zittite come quasi tutte le altre grandi questioni del nostro tempo. E quel che è peggio è constatare che non c’è più neanche un luogo dove tutti sentano il dovere di confrontarsi con gli altri, dirimere le controversie, ricomporre gli interessi, affrontare le sfide comuni.

Per la verità quel luogo esiste e si chiama Onu, Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma nessuno, tra i responsabili delle principali nazioni del mondo, gli da più credito. Attenzione: nessuno la vuole chiudere o buttare via. Ciascuno cerca di usarla come e quando gli fa comodo. A settant’anni dalla sua nascita, invece di festeggiare la Carta dell’Onu, è la festa dell’Onu à la carte. Crisi dopo crisi, anno dopo anno, la sua credibilità è venuta meno e oggi non c’è niente di più facile che puntare il dito contro i suoi limiti, i suoi silenzi, la sua inerzia, i suoi fallimenti.

Tuttavia la colpa non è dell’Onu ma dei governi che ne controllano e condizionano ogni movimento. A loro dobbiamo rivolgerci per esigere un cambio profondo di rotta contro i peggiori incubi che si vanno materializzando e gli egoismi nazionali che li alimentano. Cominciamo noi chiedendo all’Italia di scegliere senza indugio la via dell’Onu e riunire ad Assisi tutti i paesi, le istituzioni e le organizzazioni della società civile disponibili a investire sul suo rilancio. Migrazioni, guerre, terrorismo, cambiamento climatico, impoverimento: non abbiamo altro modo per affrontare con successo queste sfide. La via dell’Onu è la via della collaborazione fraterna tra i popoli. Per quanto possa apparire difficile, per noi che abitiamo al cuore del Mediterraneo, è diventata una scelta vitale, obbligata, urgente.

PS: 70 anni fa un gruppo di politici di diversi paesi scrisse una Carta nuova, con un linguaggio nuovo. Avevano visto la guerra, il nazismo, il fascismo e si riunirono per “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”. In quella stessa occasione decisero anche di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”. E si impegnarono a “promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà”. Era il 26 giugno 1945.

Sette decenni dopo possiamo misurare i risultati e la distanza che ancora oggi ci separa da quegli obiettivi. Ma prima di addentrarci in questa riflessione domandiamoci: Se l’Onu non ci fosse, chi sarebbe in grado di inventarla oggi? Quali uomini di governo oggi sarebbero in grado di scrivere quella Carta? Quanti sarebbero pronti a sottoscriverla?

*da perlapace.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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