Il ddl Diffamazione alla Camera. Le stravaganze di una riforma necessaria

Un’interessante messa a punto sull’esame in corso alla commissione Giustizia della Camera del disegno di legge in materia di diffamazione. Consiglio agli amici di leggerlo integralmente perché, a prescindere dal merito, mi pare un’eloquente dimostrazione del difetto principale che ha la nostra produzione legislativa, che è quello di procedere per aggiustamenti successivi sulla spinta di interessi contrapposti e talvolta incompatibili, senza curarsi molto della coerenza e della razionalità del “disegno”, come pure si continua a definire la normativa. L’ avvocato Giulio Vasaturo è anche un professionista dello Sportello Antiquerele Temerarie “Roberto Morrione”, progetto nato in difesa della libertà di stampa contro le querele temerarie e promosso da Libera Informazione, Fnsi, Associazione Stampa Romana, Articolo21 (nandocan).

Vasaturo Giulio***di Giulio Vasaturo, 24 giugno 2015* – La Commissione Giustizia della Camera dei Deputati sta procedendo, in queste ore, all’approvazione della riforma della legislazione civile e penale in materia di diffamazione tramite mass media. È un testo normativo fondamentale, atteso ed auspicato da anni da quanti si battono per bilanciare, in maniera adeguata alle nuove forme di comunicazione e nel rispetto dei solenni dettami costituzionali, il diritto di cronaca e di critica giornalistica con le imprescindibili esigenze di tutela dell’onore e della reputazione di ogni persona. In questa sua ultima stesura, il disegno di legge recepisce alcune lungimiranti osservazioni formulate dalle diverse realtà rappresentative del “mondo dell’informazione”, pur conservando intatte certe singolari costruzioni giuridiche che sono destinate, inesorabilmente, ad essere ridimensionate dall’intervento della giurisprudenza di legittimità.

L’eliminazione della pena detentiva per il reato di diffamazione, ancor oggi prevista dall’art. 595 c.p. e dall’art. 13 della legge n. 47/1948, è senz’altro la novità “politicamente” più apprezzabile dell’intera novella legislativa. A fronte di questa rinfrancante enunciazione di progresso e civiltà giuridica, non sono poche le censure (è proprio il caso di dirlo) che vanno rivolte a questo provvedimento normativo. Il legislatore ha perso l’occasione migliore per introdurre nel nostro ordinamento una nuova fattispecie di “diffamazione colposa”, sicuramente più efficace nel disciplinare la condotta tipica del giornalista che, quando fa male il proprio mestiere (il che capita anche di frequente), manifesta solitamente una intollerabile negligenza professionale o una qualche grave superficialità ma quasi mai il “dolo”, vale a dire la ponderata volontà di ledere l’altrui reputazione. La configurazione di una ipotesi “colposa” di diffamazione a mezzo mass media avrebbe consentito al giornalista di accedere a forme di copertura assicurativa analoghe a quelle di cui già godono altri professionisti (medici, avvocati, notai ecc.), meglio tutelando nel contempo la sua serenità e la pretesa risarcitoria di tutti i potenziali “soggetti passivi” dei più comuni “reati di stampa”.

Nel “disegno di legge Verini” rimane immutato l’obbligo del direttore o comunque del responsabile della testata di «pubblicare gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo» le dichiarazioni e le rettifiche dei soggetti «di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità, del loro onore o della loro reputazione o contrari a verità». Non vi è spazio, secondo la prescrizione normativa, per valutazioni di sorta circa le precisazioni della “parte offesa” che – inutile dirlo – finiranno per riempire sezioni intere dei giornali e dei siti di informazione. Unico impedimento alla pubblicazione delle propalazioni dell’interessato si configura nel caso in cui tali dichiarazioni o rettifiche «abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale» (come attualmente già previsto) o «siano inequivocabilmente false». Proprio tale “estremo” inciso non può che dar adito ad enormi perplessità nella coscienza del giurista. Con quali strumenti può e deve essere accertata o esclusa preventivamente la “rilevanza penale” dei contenuti della rettifica o la sua “inequivocabile” falsità? E quali sono i parametri di fatto (oltre che di diritto) su cui dovrebbe basarsi questa funzione di “filtro”?…..

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*da articolo21.org, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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