Grecia. Salvataggio NATO di convenienza per paura di Putin al Pireo

Un accordo imminente tra Grecia e UE? Non solo. Mediatori occulti sono anche gli Stati Uniti, più interessati alla strategia che all’economia. Il pericolo vero visto dagli strateghi americani -spiega Antonino Di Stefano- è che la Russia possa fare perno sulla Grecia per scardinare la Nato e insediarsi nel Mediterraneo. Dal magazine di Ennio Remondino, “RemoContro”, un contributo interessante all’analisi del problema greco dal punto di vista geopolitico (nandocan)

Obama e Merkel***di Antonino Di Stefano, 23 giugno 2015* – La Grecia si avvia ad un accordo con l’Unione Europea, sulla base di un compromesso accettabile che – come avevamo previsto – rispetta, da un lato, le esigenze della popolazione più povera e, dall’altro, viene incontro alle richieste dei creditori: privati, Stati ed organismi sovranazionali. L’accordo è imminente, è questione di giorni, ma un interrogativo resta aperto: qual è stato il ruolo degli USA in questa vicenda? Perché la partita non è stata a due, con l’ex troika da una parte e Tsipras-Varoufakis dall’altra. Ha visto la presenza di un ospite defilato, in incognito ma molto interessato: gli Stati Uniti. Ha scritto il Financial Times che il segretario al Tesoro Lew lo ha detto apertamente durante una audizione al Congresso: la Grecia ha le sue colpe, ma non si può innescare una nuova crisi finanziari internazionale; i riflessi per l’economia globale sarebbero gravissimi.

In realtà, l’interesse dell’America non è solo sulla stabilità dei mercati finanziari, ma si allunga a questioni molto serie di strategia militare e di geopolitica. Il paventato avvicinamento di Tsipras a Putin è stato visto con molto sospetto. Nonostante la chiara connotazione di una furba mossa vagamente ricattatoria. Obama si è subito speso con la Merkel per fronteggiare questa eventualità. Razionalmente, le possibilità di manovra di Putin, in questo momento, sono molto scarse: può fare ben poco per la Grecia. Il prezzo basso del petrolio, le questioni interne, la crisi ucraina, il riarmo (ha annunciato l’installazione di 40 missili nucleari più avanzati degli attuali Topol), non lo aiutano. Ha lanciato una ciambella di salvataggio a Tsipras, con l’idea di un oleodotto che dovrebbe passare attraverso la Grecia, senza il controllo di Gazprom sulla struttura, che sarebbe lasciato ai greci, ma è tutto da vedere. Il pericolo vero, paventato dagli strateghi americani è che la Russia possa fare perno sulla Grecia per scardinare la Nato e insediarsi nel Mediterraneo.

Una strategia – quella mediterranea – da sempre perseguita, fin dal tempo degli Zar. Negli anni settanta del secolo scorso l’ex Urss era riuscita in qualche modo a perseguirla. Con un porto a sua disposizione a Latakia, in Siria, diritti di attracco e rifornimento ad Alessandria d’Egitto, ancoraggi in vista delle coste libiche, sulle secche di Kerkennah. Il dissolvimento dell’Unione Sovietica ha spazzato questo dispositivo. La flotta russa, o meglio quel che ne era rimasto, si è rifugiata in mar Nero e, per il momento, il discorso sembrava chiuso. Le mire espansionistiche di Putin, che possono essere anche interpretate come manovre difensive contro una Nato sempre più incombente ai suoi confini, hanno portato all’occupazione della Crimea e dei suoi porti. Una puntata in Mediterraneo della flotta russa non guasterebbe, data la strettoia dei Dardanelli, da sempre considerata dalla ‘Voenno Morskoi Flot’ come un handicap insopportabile.

L’America, dal canto suo, la sua guerra sotterranea, e mai dichiarata, la stava già combattendo. Sul piano finanziario, destabilizzando l’Europa (dopo il caso Lehman Brothers, la finanza anglosassone si è lanciata sul debito sovrano dell’Europa mediterranea) e stroncando sul nascere le sue mire economiche e commerciali verso la Russia. A ciò è servita la crisi in Ucraina e le relative sanzioni. Ma non è bastato. Quindi, manovre militari nei Paesi baltici, invio di un contingente dimostrativo a Livov, in Ucraina, pressione alle frontiere. La Grecia ha rischiato di scompaginare questo dispositivo. Una falla di quella portata, con i Russi insediati al Pireo e nelle isole greche, magari un aerodromo militare ceduto in comodato dall’aeronautica greca, sarebbe stata insopportabile. Per non parlare dei materiali della difesa greca, oggi occidentali (con USA, Francia, Germania ed Italia in primo piano), ma che la Russia sarebbe stata ben lieta di convertire con suoi prodotti e suoi standard. Non è difficile, quindi, immaginare un presidente Obama costantemente impegnato al telefono con Merkel ed Hollande per trovare una onorevole soluzione. E non a caso sono stati proprio questi due ad esporsi maggiormente nelle trattative greche. Il tempo, comunque, ci dirà.

*il grassetto è, come sempre, di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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