Netanyahu: processo di pace è diktat contro la sicurezza di Israele

Netanyahu ha respinto ieri, incontrando il ministro degli esteri Fabius, l’iniziativa del governo francese per una “road map” di 18 mesi con l’obbiettivo di un accordo tra Israele e Palestina, basato sui confini del 1967. Lo avrebbe fatto anche se l’iniziativa fosse stata presa a livello europeo? Che cosa dice l’Alto rappresentante per la politica Estera e di Sicurezza europea, Mogherini? Sappiamo solo che il 21 maggio scorso, incontrando il presidente di Israele Rivlin, ha dichiarato , secondo un’agenzia di stampa ebraica, di avere “molto apprezzato la sua visione di vivere insieme” e di “sperare che i nostri amici in tutto il mondo riusciranno ad aiutarci nella missione di concludere il conflitto e, nel mentre, garantire la sicurezza di Israele”. Da parte sua, il presidente Rivlin ha riconosciuto che “L’Europa ha un ruolo importante da giocare per portare questo conflitto a una conclusione”. Non molto, direi. Proseguendo lo stallo e tardando una concreta iniziativa europea, il governo di Hollande ha deciso in autonomia di presentare il progetto di accordo al Consiglio di sicurezza dell’ONU.  Infine, come sappiamo, il ministro degli esteri Gentiloni si è dichiarato favorevole al riconoscimento dello Stato palestinese e la Camera dei deputati ha approvato recentemente una mozione del Pd che impegna il governo in tal senso ma subito dopo una di area centrista che pone la cessazione della violenza come condizione per il riconoscimento medesimo. (nandocan)

Israele Palestina 2***di Flavio Lotti, 22 giugno 2015* – I colloqui di pace sono un “diktat” contro la sicurezza di Israele e per questo Israele dice no. Così il premier Benjamin Netanyahu ha rimandato al mittente la proposta francese di riesumare il processo di pace, avanzata sabato al Cairo dal ministro degli Esteri di Parigi Laurent Fabius alla vigilia del loro incontro ufficiale. “Stanno cercando di spingerci verso confini che non sono soggetti a protezione – ha dichiarato il premier israeliano – ignorando completamente cosa ci sarà dall’altra parte della frontiera. Stiamo purtroppo vivendo questi risultati nella Striscia di Gaza e in Libano”.

I “diktat internazionali” questa volta sono iniziativa della Francia, che è tornata a proporre una road map di 18 mesi per raggiungere un accordo basato sui confini del 1967. Da Parigi fanno sapere che se l’accordo saltasse, la Francia riconoscerebbe unilateralmente lo Stato palestinese, azione già testata lo scorso dicembre con il riconoscimento simbolico della Palestina da parte del Parlamento della République.  “La cosa importante – ha dichiarato Fabius ai giornalisti al Cairo – è riavviare i negoziati: abbiamo bisogno che sia totalmente garantita la sicurezza di Israele, ma allo stesso tempo abbiamo bisogno che vengano riconosciuti i diritti dei palestinesi, perché senza giustizia non ci può essere pace”.

I toni francesi, ieri a Gerusalemme, sono stati un po’ più miti anche se velatamente minacciosi. Parlando in fase di conferenza stampa al termine della sua visita regionale, Fabius ha dichiarato che gli sforzi francesi di ripristinare i colloqui di pace sono coordinati con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di trovare una formula che non muova il veto di Washington in caso di risoluzione delle Nazioni Unite. Una nota dolente, quella del veto, per Israele, dopo che l’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite Samantha Power la scorsa settimana ha rifiutato di promettere che Washington porrà il veto sulla risoluzione francese. Due settimane fa era stato il presidente Usa Barack Obama a minacciare tiepidamente Tel Aviv, chiarendo in un’intervista all’emittente Channel 2 che l’attuale stallo nei negoziati rendeva sempre più difficoltoso per gli Stati Uniti il compito di difendere Israele in sede Onu.

Come illustrato da Fabius in conferenza stampa, l’iniziativa francese si compone di tre punti: il primo è riprendere i colloqui di pace perché, come dichiarato dal Ministro in persona, “sento una volontà in questo senso sia da parte di [il presidente palestinese, ndr] Mahmoud Abbas che da parte di Benjamin Netanyahu”. Il secondo è quello di organizzare una conferenza con i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu assieme ad altri stati europei e arabi per “assistere le parti, non per sostituirsi a esse”. Il terzo punto, il più delicato, è una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che contenga un calendario preciso per la conclusione di un accordo finale e tutti i principi per un accordo sui punti fondamentali del conflitto: “un mezzo, non un fine” ha spiegato, per calmare l’opposizione israeliana alla risoluzione.

Parole che non hanno convinto affatto Netanyahu, secondo cui  le “proposte internazionali non prestano alcuna attenzione alle esigenze della sicurezza di Israele e ci costringono a confini che non sono difendibili”, come ha dichiarato ieri prima della riunione di gabinetto. “La pace – ha insistito poi in conferenza stampa assieme a Fabius –  arriverà solo da negoziati diretti tra le parti senza precondizioni e non da risoluzioni delle Nazioni Unite … imposte dall’esterno”. “Infatti – ha aggiunto – qualsiasi risoluzione si limiterà ad allontanare la pace perché Israele resisterà e i palestinesi non accetteranno mai di negoziare”.

Ramallah, invece, ha dichiarato che c’è completa compatibilità tra le richieste palestinesi e l’iniziativa francese, perché Parigi – ha annunciato il presidente palestinese Abu Mazen – ha compreso le necessarie conclusioni su cui “siamo impegnati per portare avanti il processo di pace”. “Avviare i negoziati – ha continuato – porre fine all’occupazione e creare uno Stato palestinese indipendente che assicuri un legame geografico tra la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est come capitale secondo il principio dei due Stati”. Però, ha chiarito Abbas, le condizioni alle quali avrebbe potuto accettare la decisione di riaprire i negoziati non cambiano: nessuno stop ai processi di adesione alle organizzazioni internazionali, in particolare alla Corte Penale Internazionale.

* da perlapace.it (Fonte: http://nena-news.it)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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