Processo alla mappa

Fabrizio Barca 221 giugno 2015 – Anche se non sono in grado di giudicare la procedura seguita per la mappatura del PD romano, di Fabrizio Barca mi fido e considero prezioso il lavoro del team.
Il problema è quello della distanza che è sempre esistita tra il modello di circolo “buono” indicato in premessa e quello preferito e favorito all’interno del partito, oggi forse più ancora di ieri. Voglio dire che l’irrilevanza dei circoli e degli iscritti nella costruzione della politica locale, regionale e nazionale è un delitto premeditato da chi al vertice li concepisce, al contrario di Barca, soltanto come comitati elettorali e addetti al volantinaggio nei gazebo. E a questo scopo ha concepito nello statuto un sistema elettorale interno fondato sulla cooptazione dall’alto, perfettamente coerente con il vecchio sistema feudale delle correnti ma aggravato da una rappresentanza teorica degli iscritti affidata ad assemblee pletoriche in cui qualsiasi confronto è impossibile.

L’apertura agli elettori “di passaggio”per le primarie, a cominciare da quelle per il segretario nazionale, ha completato il contesto ideale per una leadership che si conquista con la propaganda e il sostegno mediatico e/o la competizione personalistica dei candidati ma in totale indipendenza da un confronto politico di idee e di proposte alla base del partito.

I circoli indicati nella mappatura come “potere per il potere” e dunque pericolosi probabilmente lo sono, ma forse sono stati finora gli unici davvero rilevanti. E quasi tutti indistintamente restano irrilevanti se dalla politica locale si passa alle grandi scelte politiche, per le quali non è preso in considerazione neppure quel tanto di consultazione che è previsto nello statuto medesimo. 

Concludendo, la chiusura dei “cattivi” servirà a poco se non si farà in modo che i “buoni” comincino davvero a contare qualcosa. Aggiungo che non mi faccio illusioni, soprattutto se non si avvierà subito a questo fine una mobilitazione di massa della base. Non solo a Roma, ma in tutto il Paese. Nei circoli non ci possiamo più limitare a discutere. Dobbiamo decidere.

Cominciamo a scrivere documenti e votarli, sulle questioni locali ma anche sulle grandi riforme, prendiamo l’iniziativa di metterci in rete perché idee e proposte circolino anche orizzontalmente e non solo verticalmente come suppliche ai gruppi dirigenti. Non abbiamo paura di pensare con la nostra testa e magari convenire con un leader diverso per ogni presa di posizione: soltanto così il partito non si fossilizza nella conta delle correnti. E a chi obbietta che le decisioni si prendono in direzione con la maggioranza  uscita dal congresso perché “non si può fare un congresso permanente”, io dico invece che una consultazione permanente è utile e necessaria, non sulle poltrone ma sulle idee e le politiche per realizzarle. 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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