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Il triste Family Day

Io penso che in quanti negano alla coppia omosessuale il diritto e la possibilità di formare una famiglia adottando dei figli, in quanto la crescita del bambino avrebbe assoluto bisogno di una figura femminile e di una figura maschile, vi sia un errore psicologico e culturale di fondo. Che molti di noi fanno, e anch’io in passato ho fatto, ma sul quale occorre ricredersi. Perché in una coppia di omosessuali, a volte più che in una coppia etero, femminilità e mascolinità possono ritrovarsi comunque, indipendentemente dalla diversità degli organi genitali. Mettendo per un momento da parte l’esperienza scientifica e anche il paragone un po’ frettoloso che fa Marnetto con i mancini, mi è capitato di osservare dei gay a contatto coi loro nipotini e di dover concludere che alcuni di loro potrebbero allevare un bimbo meglio di tante madri. Probabilmente lo stesso discorso può valere  per le lesbiche nell’interpretare un ruolo maschile (nandocan). 

Marnetto miniatura***di Massimo Marnetto, 21 giugno 2015 – Da credente,  il Family Day m’intristisce per la mancanza di intelligenza e accoglienza che ostenta.

Si nasce con un’inclinazione sessuale, dice la scienza, che ci accompagnerà per tutta la vita. Gli eterosessuali sono la maggioranza, rispetto agli omosessuali, come chi usa la destra lo è rispetto ai mancini. Ma questo non può essere motivo di discriminazione.
Eppure per anni, negli istituti religiosi più retrivi si forzavano i bambini a scrivere con la destra, non appena manifestavano la propensione ad usare la “mano del diavolo”. Perché già in questa  piccola diversità un clero senza cultura e apertura vedeva un pericoloso disordine.  Così come oggi gli omosessuali vengono indicati dai cattolici fondamentalisti un “pericolo per la famiglia”.
Il “suprematismo” sessuale – gli etero sono migliori degli omosessuali – come quello razziale – i bianchi sono superiori ai neri – è una superstizione che produce “odio giustificato”. Il più devastante, perché l’aggressione viene avvertita come moralmente lecita, in quanto giustificata dalla legittima difesa rispetto alla minaccia dell’insubordinazione degli inferiori, che osano chiedere uguaglianza. Non a caso  i cartelli a Piazza del Popolo non dicevano “Neghiamo i diritti agli omosessuali”, ma “Difendiamo la famiglia”.
Una truffa delle parole che rovescia  la realtà.  Dove  nessun gay ha mai negato diritti alla famiglia tradizionale, mentre avviene spesso il contrario. E così il Cristo dell’accoglienza persino delle prostitute – le abiette del suo tempo – viene oltraggiato da una piazza che si convoca nel suo nome per escludere una minoranza dai diritti. La religione ha bisogno della laicità della scienza per non degenerare.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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