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Il fratello piccolo di quello grande

Secondo il governo e la maggioranza del Pd, timori e polemiche sull’articolo 23 del decreto sulle semplificazioni sarebbero strumentali e infondate perché riguardano computer e cellulari messi a disposizione dei dipendenti per uso lavorativo. Ma il sospetto che il controllo sull’uso improprio di questi mezzi di comunicazione si presti ad abusi da parte delle aziende mi pare più che fondato, soprattutto se dovesse la norma essere applicata ai cronisti  mentre, secondo notizie che circolano, ne sarebbero esclusi i dipendenti pubblici. Su questo argomento, il segretario della FNSI Lo Russo ricorda al governo che il contratto nazionale di lavoro giornalistico riafferma il principio dell’inviolabilità della sfera soggettivo-professionale del giornalista “in presenza di supporti tecnici potenzialmente idonei ad incidere su di essa” e che “da ciò discende l’inviolabilità degli strumenti tecnologici utilizzati dal giornalista per rendere la sua prestazione lavorativa”. Stefano Corradino e Beppe Giulietti, rispettivamente direttore e portavoce di articolo 21, scrivono in una nota che “sarà il caso di precisare le norme da definire, il campo e le modalità di applicazione e aprire un confronto con le organizzazioni degli editori e dei giornalisti” (nandocan).

2015-06-19 00.15.01***di , 19 giugno 2015* – Ma non scherziamo con il fuoco. Il controllo a distanza sui Pc, i tablet o i cellulari ha seri profili di incostituzionalità. Sono in gioco diritti fondamentali delle persone e, per di più, è assai opinabile che un colpo di mano del genere possa essere attaccato alla fragilità di una delega. Infatti, stiamo parlando dell’articolo 23 del decreto sulle Semplificazioni, attuativo del Jobs Act.

Il controllo a distanza è un’evidente violazione della privacy, perché mette a disposizione delle direzioni aziendali un complesso di dati del tutto ultronei rispetto ad eventuali problemi di sicurezza. Anzi, chiariamo. Se stiamo parlando di ordine pubblico, già esistono norme vigenti, nonché aspre previsioni coercitive. Se il tema è di carattere disciplinare, idem come sopra. E allora? Il sospetto legittimo è che si intenda introdurre il “terrore” come un’ideologia, meschina ma di tenore autoritario. Vale a dire: censura, autocensura, delazioni. Sorvegliare e punire, come ha detto e scritto lucidamente Foucault. Il “marchionnismo” eletto a paradigma.

Se poi si applicasse il tutto alle redazioni, gli editti bulgari diverrebbero persino veniali. Chi scrive più di argomenti “difficili” se le fonti possono essere immediatamente rese note? Per non dire del resto. Insomma, siamo di fronte ad una rottura eversiva, reazionaria, dalle conseguenze imprevedibili. Non si può rimanere fermi. Organizzazioni sindacali e istituzioni di categoria propongano una mobilitazione straordinaria. Tra l’altro, in questo modo, le relazioni contrattuali vengono relegate a materia di sofisti. È un passaggio di enorme rilievo, pratico e simbolico.

*da articolo21, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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