La “Pax televisiva” che danneggia la Rai e favorisce SKY e Mediaset

20140623_skymediaset

Se ben ricordo il presidente del consiglio, a chi lo accusava di voler mettere le mani sulla governance della RAI, aveva risposto che se avesse avuto questa intenzione bastava che lasciasse le cose così come stanno con la legge Gasparri. Infatti la riforma non arriva, forse proprio perché il cambiamento che gli interessa, spostare il controllo dai partiti al governo, è anche quello più contestato. Mentre una riforma che faccia veramente della RAI un servizio pubblico ai cittadini sembra interessarlo assai meno (nandocan).

***di , 15 giugno 2015 – Sky Italia si espande, diventando proprietaria anche di un terzo canale digitale terrestre, agognato da più network, il numero 8, oggi MTV, canale un tempo musical-giovanilista posseduto dalla Viacom. Con gli altri 2 canali terrestri-digitali, il 26 (“Cielo”, con serial e telefilm) e il 28 (SKY TG24), Murdoch avrà in pratica 3 canali più o meno generalisti come la RAI e Mediaset. In più, resta il colosso monopolista nella TV Satellitare a pagamento: unica anomalia del settore nel mondo capitalistico, occidentale e liberista, soprattutto dentro i confini dell’Unione Europea, stranamente così distratta in questo caso dalle concentrazioni e dalle direttive antitrust.

Nella guerra multimilionaria per l’acquisto dei diritti sportivi, specie del calcio, ultimamente è uscito vincitore il gruppo di Berlusconi a svantaggio di SKY (che resta monopolista per quasi tutti gli altri sport “remunerativi” e i grandi appuntamenti europei, mondiali e olimpionici), anche se l’esborso, 700 milioni di euro, ha creato non pochi problemi a Mediaset e alla sua controllante Fininvest. Il gruppo del biscione per cercare di rientrare nei costi ha dovuto fare un’opera di disinvestimento, da EITowers a Mediolanum al programma di prepensionamenti anticipati tra giornalisti e personale amministrativo. Non solo, ma alcuni incontri ravvicinati tra le famiglie Murdoch e Berlusconi, lasciano intendere che alla fine si potrebbe trovare un accordo per la trasmissione delle partite di Campionato e quelle di Champions League, in modo da far rientrare Mediaset nell’esborso, anche perché il suo digitale a pagamento Premium non va tanto bene e con i soli suoi abbonati non coprirebbe le spese.

Assistiamo, dunque, ad una “Pax televisiva”, con la benedizione del governo Renzi e delle Autorità di controllo, tra i due grandi tycoon privati, proprio nel settore della TV a pagamento e dell’entertainment, digitale-terrestre, satellitare e generalista, a scapito del Servizio pubblico RAI, al quale è interdetta in pratica la gestione di canali “premium”, ovvero con schede a pagamento, oltre ad avere insieme ad altri privati una propria piattaforma satellitare, come avviene nel resto d’Europa (la BBC britannica insegna!).

Per la RAI, poi, ci si avvia verso un autunno denso di nubi, con la riforma renziana sempre più occulta ed avvolta nel “porto delle nebbie” di Palazzo Chigi e dintorni; con tutt’al più la nomina dei vertici scaduti, secondo la tanto vituperata legge Gasparri inzuppata di “conflitti di interessi” non solo berlusconiani. La RAI ormai naviga in acque turbolenti tra raccolta pubblicitaria che non decolla, un canone sempre più evaso e legato alle bizzarrie delle decisioni governative, senza nemmeno un adeguamento dell’inflazione programmata annuale, con un “parco tecnologico” ancora legato all’era pre-digitale. Soprattutto con un’organizzazione elefantiaca, burocratica e costosa, basata sulla “Tripartizione” degli anni Settanta, sulle dispendiose sedi regionali, sull’assurda divisione in testate e reti, quando i prodotti informativi sono invece sempre più misti, sull’etero-direzionalità delle scelte editoriali a favore di 4/5 grandi gruppi che hanno in mano appalti e “farm ideativo-produttive” di programmi, eventi, format, serial ed infotainment. Una RAI messa in ginocchio proprio dal governo Renzi, con l’esproprio del “prelievo forzoso” di 150 milioni di euro per foraggiare il Fondo degli 80 euro mensili (mentre lo Stato secondo le stime di Articolo 21 e di autorevoli esperti sarebbe moroso dal 2005 per ben 2 miliardi di euro) e la privatizzazione-quotazione in Borsa del “gioiello di famiglia”, RAIWay, detentrice dei ponti di trasmissione, l’ultimo grande business per le società di TLC, dei Network privati e degli Over The Top, i big che controllano Internet.

Probabilmente ad uno straccio di riforma della RAI il governo Renzi ci arriverà pure, ma come in passato “fotografando” gli equilibri attuali sul mercato, che parlano uno strano slang ambrosian-londinese.

Con SKY Italia, sempre più leader del satellitare ed in prima fila nel progetto di omologazione dell’offerta televisiva generalista, Mediaset, probabilmente soccorsa da qualche “cavaliere bianco arabo”, che controllerà il mercato italiano dell’immaginario (TV, cinema, pubblicità, produzione, distribuzione e diffusione di film, serial e format), e il patto di “non belligeranza” se non addirittura di mutuo scambio tra i due colossi privati, la RAI, riformata o meno, con il canone in bolletta elettrica o nella dichiarazione dei redditi, vivrà miseramente, ridotta ai minimi termini nel personale lavorativo, come sta già accadendo agli analoghi servizi pubblici dei paesi dell’Est Europa e come sta per avvenire in Spagna e in Francia.

Addio così, entro due o tre anni, alla “RAI, di tutto, di più”! Addio ad un diritto fondamentale, che vuole sia difeso e sviluppato il pluralismo informativo e culturale, come sentenziato dall’Articolo 21 della Costituzione. Soprattutto, addio alla libertà dell’immaginario e dell’informazione per tutti, specie per i meno abbienti, i più deboli, gli “oscurati”, coloro che non hanno i mezzi per far sentire la propria voce alla società intera.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti