Il PD e l’arte della manutenzione della bicicletta

Sandra Bonsanti, Presidente emerita di Libertà e Giustizia, indirizza al PD, che soffre più degli altri partiti o movimenti della delusione degli iscritti, alcuni “suggerimenti non richiesti”. Peccato, a giudicare da quanto riportano oggi giornali e telegiornali, Matteo Renzi sembra voglia guidare il partito precisamente nella direzione opposta (nandocan).

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***Il PD e il “diritto di non essere d’accordo”, di Sandra Bonsanti, 15 giugno 2015* – “Giustamente è stato rilevato, in un recente scritto del Salvemini sul concetto di democrazia, che la libertà politica è “il diritto di non essere d’accordo con gli uomini che controllano il governo. Da questo diritto nascono tutti i diritti del cittadino in un regime libero. Le libertà non servono tanto a stabilire il potere della maggioranza, quanto a proteggere le minoranze nel loro diritto di opposizione. La prova migliore del valore di una libera costituzione è la misura in cui provvede alla protezione delle minoranze””.

Così scriveva Piero Calamandrei citando Salvemini. Due padri della patria che avevano in cima ai loro pensieri quella cosa che chiamiamo “libertà”. Che non riguarda tanto chi detiene il Potere, quanto chi la pensa diversamente e si batte contro il pensiero unico. Questo è anche il senso profondo della nostra Costituzione.

Eppure credo che non sia molto difficile convenire sul fatto che mai quanto oggi, dai giorni dell’immediato dopoguerra in cui scriveva Calamandrei, il rispetto, la disponibilità all’ascolto, la rinuncia all’uso strumentale della “propaganda”, siano traditi e irrisi dal sistema politico che ci governa. Derisione, messa alla berlina, manipolazione della realtà.

Partirei da qui, dovessi, ma non devo affatto, dare consigli al Partito democratico all’indomani delle elezioni e comunque posso sviluppare a mio uso personale e per gli amici di Libertà e Giustizia il filo di un pensiero che viene da lontano e che può aiutarci a capire i motivi e l’ampiezza del distacco e della delusione nei confronti di tutti i partiti e in particolare del Pd.

“L’unica strada che abbiamo davanti – è stato il commento del premier Renzi – è accelerare ancora di più su tutte le riforme. Perché se ci fermiamo o rallentiamo, la bicicletta cade”.  Esaurita dunque la formula calcistica del sette a zero o del cinque a due, adesso inforchiamo la bici per misurare la velocità del disastro.  Ecco alcuni suggerimenti non richiesti:

1)Eliminare dall’agire politico ogni equivoco su patti scritti o non scritti con personaggi (come Verdini) sempre pronti a dare una mano, dare consigli, offrire sostegno sulle riforme della Costituzione all’insegna dello slogan “Le riforme costituzionali si fanno con tutti”. Non sono amici disinteressati.

2) Eliminare da ogni pratica politica e da ogni iniziativa di legge del governo tutti i possibili agganci al principio di un capo unico di un partito unico, di una Camera unica, di un pensiero unico. In questo senso rivedere la riforma del Senato (che può restare elettivo e può lavorare su cose diverse dalla Camera, ad esempio dedicandosi alla lotta alla corruzione)

3)   Rendere inoffensivo l’Italicum: non so come, ma un marchingegno ci deve essere.

4) Cominciare a ridare principi e ideali al partito: perché non partire da Berlinguer tanto rimpianto a parole e tanto tradito nella sostanza?

5) trasparenza totale sui conti del partito e delle fondazioni. Trasparenza sulle nomine pubbliche e sulle scelte dei membri della Corte Costituzionale.

6)Parlare un linguaggio diverso, volto alla disponibilità non soltanto all’ascolto ma anche all’accettazione delle proposte della minoranza, non a tutte, ovviamente, ma a moltissime.

7) Evitare di circondarsi di una corte di stampa amica e solidale, ma affrontare con calma le voci critiche e le domande difficili (qualora si manifestassero).Evitare di occupare, ancora e più di sempre, la Rai.

8) Non cedere mai, ma veramente mai, sulle regole. Che De Luca presentasse problemi seri anche soltanto da un punto di vista regolamentare si sapeva. Ora si tratta di non facilitare la scelta di fargli eleggere giunta e consiglieri a cui mollare la regione Campania.

Il Pd soffre più degli altri partiti o movimenti della delusione degli iscritti.

Che chiedono alla politica di dedicarsi alla soluzione dei problemi della perdita del lavoro e della povertà che affliggono il Paese. Questo si può fare se non ci si balocca a smontare i diritti e quella Libertà prevista dalla Costituzione, allo scopo di aggiungere potere al potere già acquisito.

Anche perché se cade la bicicletta, spesso cade anche il ciclista.

Questi otto punti non sono di sinistra, Renzi può stare tranquillo. Sono cose semplici e di buon senso. E non vengono da “professoroni” o dai “salotti” che il premier ogni tanto invoca. Ma dal vizio di alcuni gufi come la sottoscritta di frequentare la piazza e di cercare di rispondere ai tanti che ci chiedono dove andremo a finire.

*da libertaegiustizia.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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