Il disastro Libia I troppi colpevoli Europa infingarda

Mentre il nostro governo studia piani alternativi per trovare una soluzione al drammatico problema degli immigrati, non pare affatto inutile ripensarne i precedenti storici e politici anche per evitare di moltiplicare, magari a causa della stessa stupidità bellicista, le conseguenze sanguinose degli errori compiuti. Questo commento di un inviato “di razza” come Ennio Remondino può servire allo scopo. (nandocan).

Memoria da Wikipedia per ricordare con chi dobbiamo arrabbiarci oggi.

«L’intervento militare in Libia del 2011 è iniziato il 19 marzo [.] è stato inaugurato dalla Francia con un attacco aereo contro le forze terrestri di Gheddafi attorno a Bengasi, seguito, qualche ora più tardi, dal lancio di missili da crociera tipo Tomahawk da navi statunitensi e britanniche su obiettivi strategici in tutta la Libia. Gli attacchi, inizialmente portati avanti autonomamente dai vari paesi, sono stati unificati il 25 marzo sotto l’operazione Unified Protector a guida NATO. I combattimenti tra il Consiglio nazionale di transizione e le forze di Gheddafi sono cessati l’ottobre 2011 in seguito alla morte del Ra’is. La NATO ha cessato ogni operazione il 31 ottobre.

 Remondino Ennio***di Ennio Remondino, 15 giugno 2015* – Una cosa che mi ha sempre stupito e spesso fatto sorridere, la capacità tutta militare di dare nomi pseudo nobilitanti ad operazioni a volte sporche e spesso perdenti o inutili. Ad esempio, in Libia fu la sciagurata ‘Unified Protector’ della Nato. Cosa abbiamo protetto, parlando anche dei nostri bruti interessi, risulta sempre meno chiaro. Decisamente più geniale ma anche più assurda e bugiarda la etichetta politica: «coalizione di volenterosi». Volenterosi a fare cosa? I più furbi alla fin fine furono gli ‘svogliati’, tipo Germania e la stessa Grecia, che forse avevano intuito qualcosa su quanto poteva venire dal caos nella Libia ‘liberata’.

Nel 2011, a volere la caduta violenta del regime di Gheddafi, senza nessun dubbio sulla eventuali conseguenze che ne potevano derivare, furono Francia a Gran Bretagna con delega e supporto esterno degli Stati Uniti. A fare da ‘coriferi’ si aggiunsero poi le retrovie della Nato: Danimarca, Belgio, Olanda, Norvegia, Spagna, Romania, Bulgaria, Svezia e Italia. Adesso, per coerenza politica, quanti migranti in partenza dalle anarchiche spiagge libiche dovrebbero accogliere tutti quei ‘volenterosi’ Paesi? L’Italia quel conto lo sta pagando, anche troppo salato. Dunque, il rovesciamento del regime di Gheddafi non ha prodotto nessuna marcia verso la democrazia, come ci era stato raccontato. In Libia è in corso da tempo una guerra etnico-tribale che lascia il Paese nel caos, lo fa preda di jihadismo minaccioso e di inarrestabili attività criminali che la guerra favorisce.

Il rovesciamento del governo di Gheddafi in coincidenza con guerre mediorientali e primavere arabe mal riuscite, ha tolto qualsiasi freno alle migrazioni verso l’Europa che già partivano da quelle sponde e che si stavano ingigantendo. Il caos attuale è figlio dell’incapacità occidentale di programmare un dopo-Gheddafi decente e possibile. Oggi, ogni banda può gestire fette di territorio avviando traffici di qualsiasi natura: armi, petrolio, o esseri umani. Così la tratta di migranti in Libia è in mano sia a bande criminali sia a bande politiche, sovente confuse le une con le altre. Un giro di 10 miliardi all’anno, scrivono gli esperti, con costi tra i 3.000 e i 4.000 euro a viaggio, spartiti tra banditi e guerriglieri da varia natura, jihadisti compresi. E non c’è rischio di ‘caduta del mercato’: si calcolano mezzo milione di disperati che attenderebbero un imbarco verso la speranza. L’esodo investe soprattutto Italia e Grecia e solo in parte, la Spagna, e ha, con i suoi 100mila profughi nei soli primi cinque mesi del 2015, proporzioni assolute e incontenibili. Un’emergenza che soltanto alcune scemenze ministeriali italiane possono pensare di riuscire a contenere ‘a monte’, quantomeno al passaggio Libia, con azioni militari semplicemente impossibili, salvo decidere di fare una vera guerra, con tutto ciò che la cosa significa. Dove sono finiti i trionfalismi di Lady Pesc sul ‘successo epocale’ della ripartizione ormai bocciata di quote di migranti e il pasticcio della missione Eu contro gli scafisti?

Ora Renzi scopre che l’obbedienza non è più una virtù se associata alla incompetenza, e ammonisce l’Ue degli annunci: ‘Se nei prossimi giorni il consiglio europeo sceglierà solidarietà, bene, altrimenti abbiamo pronto il piano B. Ma sarebbe una ferita innanzitutto per l’Europa’. Si parla di soldi, pare di capire, quei tanti soldi che l’Italia versa a Bruxelles. E di soldi parliamo anche noi. Per liberare la Libia da Gheddafi, i paesi a guida Nato, secondo i dati del Pentagono, hanno speso 1,1 miliardi di dollari dal 1 aprile al 30 settembre 2011, usato aerei che costano 15 milioni l’uno, speso 500 mila euro ogni giorno per farli volare, e 400 mila euro in bombe e missili a missione. Ora la stragrande maggioranza dei Paesi che hanno scagliato milioni in bombe sulla Libia si chiama fuori dai piani di accoglienza dei migranti il cui esodo di massa è stato reso possibile proprio dal lancio delle loro bombe che hanno distrutto, senza una sostituzione, il governo libico. Di tutti i Paesi europei che hanno bombardato in Libia per rovesciare Gheddafi, soltanto la Svezia è stata disponibile a dare ospitalità ad una quota di migranti. Ma il massimo peso della migrazione è sui Paesi mediterranei di passaggio. In Grecia, dal 2015 sono arrivati 1.000 migranti al giorno, facendo crescere tasso di immigrazione, disoccupazione e numero di suicidi. Anche per noi la gestione dell’accoglienza si rivela un onere difficile da sostenere. Oltre le stupidaggini sull’impossibile blocco navale o le paure vigliaccamente evocate.

*da RemoContro

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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