Niente felpe e ruspe, ma toghe e sentenze: i campi rom vanno chiusi

Campo rom La Barbuta - Le foto del sopralluogo 4

A differenza di quanto crede la maggior parte dei nostri concittadini, rispetto agli altri paesi europei i rom e i sinti sono solo 180mila, appena lo 0,25 per cento della popolazione. Ma quel che più conta, come precisa il rapporto annuale per il 2014 dell’associazione 21 luglio, metà di loro sono cittadini italiani e quattro su 5 vivono in normali abitazioni, studiano, lavorano e conducono un’ esistenza simile a quella di ogni altro cittadino, italiano o straniero, residente nel nostro Paese. Per i quarantamila che restano è possibile da parte degli enti locali prevedere e concordare soluzioni alternative senza ricorrere a sistemi sbrigativi e violenti come quelli invocati da leghisti e “ruspanti” . Nel rispetto della legalità, ribadita ieri da una sentenza del tribunale di Roma, e a vantaggio della comune sicurezza. In questo video, da me registrato qualche anno fa, potete vederne un esempio concreto.(nandocan)
***di , 9 giugno 2015 – Con una sentenza di grande importanza, il 30 maggio la sezione civile del Tribunale di Roma ha stabilito che il Comune di Roma ha agito in modo illegale trasferendo in modo forzoso un gruppo di famiglie rom nel campo etnicamente segregato della Barbuta, alla periferia della capitale. Il campo della Barbuta, una serie di prefabbricati circondati da reticolato, era stato costruito nei pressi dell’aeroporto di Ciampino ricorrendo ai poteri garantiti dallo stato d’emergenza dichiarato dal governo italiano nel 2008. Nonostante nel 2011 una sentenza avesse annullato lo stato d’emergenza e tutte le misure e le decisioni che ne erano derivate, il Comune di Roma aveva completato il campo e aveva proceduto ad assegnare le unità abitative esclusivamente a famiglie rom.

Amnesty International, insieme ad altre organizzazioni non governative italiane e internazionali, aveva preso parte alla campagna per fermare la costruzione del campo della Barbuta e il trasferimento delle famiglie rom ed era intervenuta a sostegno dell’azione giudiziaria promossa nel 2012 dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione e dall’Associazione 21 luglio contro il Comune di Roma.

La sentenza, resa nota il 9 giugno nel corso di una conferenza stampa dalle associazioni ricorrenti contro il campo della Barbuta, basato sulla segregazione etnica e dunque discriminatorio nei confronti dei rom, dovrebbe costituire il primo passo per porre fine alla segregazione abitativa subita dai rom in tutta Italia.

Niente felpe e ruspe, dunque, ma toghe e diritto: aver obbligato i rom a vivere in un campo segregato situato in una zona remota e inaccessibile di Roma non solo ha spinto questi ultimi ai margini della società ma ora si è anche rivelato illegale, violando il principio giuridico che tutte le persone devono avere accesso a un alloggio adeguato, a prescindere dalla loro etnia.

Il pronunciamento del tribunale di Roma dev’essere il primo passo per porre fine alla discriminazione subita dai rom nel nostro paese. Per dargli piena attuazione, come minimo, nessun nuovo campo dovrà essere progettato e costruito e dovrà essere avviato un meccanismo di autentica consultazione con tutte le famiglie rom che si trovano attualmente nei campi segregati, per identificare una serie di soluzioni abitative alternative sostenibili, non discriminatorie e adeguate, nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia.

Chiudere finalmente la stagione dei campi per soli rom, porre fine alla vergognosa segregazione etnica ai loro danni, potrebbe costituire una positiva inversione di tendenza basata sul rispetto dei diritti, sull’integrazione e sulla scolarizzazione dei ragazzi, a vantaggio della sicurezza di tutti.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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