Il tramonto dell’impero ottomano

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Forse la Turchia potrà tornare al ruolo che la storia e la geografia le hanno affidato: quello di un ponte necessario e prezioso tra le civiltà e le culture europea ed asiatica, tra occidente ed oriente. Fino ad oggi, anche se Erdogan lo ha sempre negato, la Turchia, con l’Arabia Saudita e paradossalmente Israele, è indicata dalla gran parte degli osservatori tra i sostenitori dello Stato islamico. E comunque l’ambizione del “sultanato”, se non quella del “califfato”, gli viene accreditata dalla stampa internazionale. Prima delle elezioni che fortunatamente non gli hanno dato la maggioranza assoluta per soddisfarla, trenta personalità turche, fra cui il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, avevano firmato un editoriale dal titolo “Siamo con voi” sul quotidiano Cumhuriyet per sostenere il giornale e il suo direttore da giorni nel mirino degli strali del presidente. Rei questi ultimi di aver pubblicato immagini di camion dell’intelligence turca (Mit) che trasportavano armi destinate ai ribelli jihadisti siriani. “La democrazia e la libertà di espressione non dovrebbero essere sacrificate alla frenesia delle elezioni e all’odio che essa genera”, aveva scritto Pamuk (nandocan).

***di , 8 giugno 2015 – Per la prima volta dopo tredici anni, Erdogan ha frenato quella che sembrava un’inarrestabile corsa verso il sultanato. Il progetto del premier turco era evidente, addirittura dichiarato: con una maggioranza assoluta avrebbe cambiato la costituzione e introdotto una repubblica presidenziale. Gli è andata male, anche se il risultato a suo favore è comunque sostanzioso (quasi il 41 per cento) ma ora dovrà fare i conti con una forte opposizione e non è più il padrone assoluto della situazione: gli servono settanta seggi abbondanti per far passare le nuovi leggi e sembra che non ci sia nessuno disposto alla coalizione.

Sicuramente ha esagerato, negando come abbiamo già detto, ogni forma di democrazia e riducendo ai minimi termini la libertà di stampa. Ha messo in piedi un partito (AKP) rigorosamente islamico, aprendo in Siria ai movimenti più fondamentalisti, in Egitto ai fratelli musulmani, si è alleato con l’emiro del Qatar e ha stretto accordi con l’Arabia Saudita. Mettendosi tutti contro, dai laici del CHP ai nazionalisti dell’MHP (quello dei lupi grigi) ma soprattutto ai curdi che sono la vera novità delle ultime elezioni. Sono entrati per la prima volta in parlamento con il 12 per cento (che corrisponde a 78 deputati) spinti dal carisma di Selahattin Demirtas, un avvocato quarantenne attivista dei diritti umani tanto da fondare la sezione di Amnesty in Turchia. Demirtas alla vigilia aveva detto: “Andate a votare con il sorriso”. In quasi sei milioni gli hanno sorriso.

Anche perché torna alla ribalta la questione curda: un popolo di 80 milioni di persone diviso addirittura in sei Stati: Turchia, appunto, Iraq, Siria, Iran, Armenia e Azerbaijan. Una questione che ha provocato una lunga e sanguinosa guerra civile da quando Ataturk ha annullato il trattato del 1920, scontro esasperato poi proprio da Erdogan che ha addirittura cancellato lingua e tradizioni del Kurdistan, imponendo discriminazioni e leggi marziali, con l’appoggio sottotraccia del mondo occidentale.
In più c’è da aggiungere la crisi dell’economia e anche i dissapori interni per una gestione assai poco democratica del “sultano”. In definitiva, il risultato di queste ultime elezioni libere è chiaro. E’ il definitivo tramonto di un sogno pericoloso: l’impero ottomano.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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