#informazionebenepubblico – La deontologia al tempo del giornalista-massa

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Renato Parascandolo, amico e collega di lunga data, fa qui un elenco delle condizioni oggettive che impediscono ai giornalisti/impiegati di oggi di porsi al servizio “della ricerca della verità”, quella “sostanziale dei fatti”, che la stessa legge professionale indica tra i loro doveri e a cui richiamava giorni fa padre Francesco Occhetta, accompagnandola al rispetto delle persone e all’indipendenza di giudizio. Sono condizioni negative di lavoro denunciate spesso anche su questo blog, per rimuovere o ridimensionare le quali, osserva giustamente Renato, è stato fatto ben poco da parte dell’Ordine e, aggiungo per la parte che lo riguarda, dal sindacato. Non di meno esistono ancora giornalisti che affrontano quotidianamente quegli ostacoli, disposti anche a pagare il prezzo di una rinuncia alla vita comoda e ad una facile carriera per questa forma di libertà. Incoraggiare i giovani a seguire il loro esempio è forse il compito principale per cui, in pensione da tempo, ho continuato a scrivere on line (nandocan)

***di , 4 giugno 2015* – Le considerazioni di padre Occhetta sulla deontologia del giornalista predispongono a un’ampia e doverosa riflessione. Tuttavia, è su una frase che vorrei soffermarmi: “Ogni azione del giornalista è già deontologica se è rivolta al servizio della ricerca della verità, al rispetto delle persone e all’indipendenza del giudizio”. Chiariamo subito che la “verità” in questione è, per dirla con San Tommaso, adaequatio rei et intellectus, cioè corrispondenza  tra una notizia, un’inchiesta ecc. e i fatti, considerati nella loro oggettività. Insomma, un obiettivo certamente difficile da perseguire ma alla portata del giornalista, come dello storico o dello scienziato.

D’altronde, perché la ricerca della verità rientri in un codice deontologico, e ne sia addirittura il fondamento, devono sussistere alcune premesse che la rendano possibile. Ad esempio,  pur prescindendo dalla correttezza deontologica – e finanche dalle competenze professionali – quanti sono i giornalisti che realmente godono del privilegio di confrontarsi con la verità, cioè di trovarsi là dove i fatti accadono, di essere una fonte primaria della notizia, di essere inviati, non occasionalmente, nell’immensa periferia che circonda i paesi del cosiddetto G20, di osservare da vicino i centri di potere pubblici e privati, legali o illegali (a meno di non esserne stati cooptati in quanto addetti alle pubbliche relazioni o agli uffici stampa) senza rischiare querele intimidatorie, accuse di alto tradimento o addirittura la vita?

A quale tipo di verità possono attingere la moltitudine di giornalisti-impiegati che, al pari dei prigionieri della caverna platonica, siedono davanti a uno schermo otto ore al giorno, costretti ad osservare, come in un caleidoscopio, innumerevoli frammenti di realtà che i motori di ricerca ricombinano incessantemente dando luogo a scenari continuamente aggiornati che generano, di fatto, una nuova forma di censura (additiva) che funziona per bulimia di contenuti piuttosto che per “tagli”?  Quale verità possono rincorrere quei cronisti inviati a sgomitare intorno all’”onorevole” di turno per strappargli le consuete banalità?

Quanto dista il mondo della vita, la realtà “vera”, con le sue dinamiche, le sue contraddizioni e la sua complessità dalle stucchevoli passerelle d’opinione che da quindici anni presidiano militarmente quegli spazi di palinsesto televisivo una volta destinati al giornalismo d’inchiesta?  Quando la verità è ridotta al rango di retroscena, e l’opinione sulla realtà rimpiazza la realtà, non siamo troppo lontani dall’inverarsi dell’aforisma nietzschiano: “non esistono fatti ma solo interpretazioni”.

Se queste considerazioni hanno un fondamento, allora bisogna chiedersi se sia possibile discutere della “verità” – principio che è a fondamento della deontologia professionale – se per un numero sempre crescente di giornalisti non sussistono le condizioni per accedervi. La deontologia, come ogni forma di etica, presuppone la libertà, compresa quella di mentire, di dissimulare, di occultare la verità.

Questa libertà è, tuttavia, negata da un coacervo di condizioni materiali (colossi mediatici che, di fatto, conformano a valori, interpretazioni e visioni del mondo centinaia di milioni di utenti profilati per essere meglio venduti alle agenzie di pubblicità; operatori dell’informazione ridotti a giornalisti-massa da un’inarrestabile processo di taylorizzazione delle “fabbriche della notizia”) e da un insieme di luoghi comuni molto diffusi anche all’interno della categoria (l’obiettività non esiste; fa notizia l’uomo che morde il cane, cioè la singolarità e non l’universalità, ecc.).

Per evitare che il confronto con la propria coscienza e con i principi deontologici si riveli un lusso consentito solo a una cerchia ristretta di operatori dell’informazione, bisogna preliminarmente far luce, criticamente, sul funzionamento del sistema globale dell’informazione e delle sue articolazioni nazionali, sul modello organizzativo che presiede alla produzione e alla distribuzione delle notizie, sul modo in cui sono utilizzate le nuove tecnologie e come potrebbero, al contrario, essere impiegate per restituire dignità e spessore al lavoro giornalistico.

In che misura questi temi sono presenti nei programmi dei corsi di aggiornamento istituiti dall’Ordine? Medice, cura te ipsum.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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