#informazionebenepubblico – Informazione malata, ingabbiata in logiche vecchie

verificare-news-pheme***di , 3 giugno 2015* – E se nel panorama di riforma del nostro paese iniziassimo a ragionare sul rivedere dal punto di vista dell’etica e della correttezza il modo di intendere il diritto-dovere di informare, ma soprattutto il diritto da parte dell’utenza di essere “correttamente” informati? Sarebbe un ottimo punto di partenza, al quale agganciare tutte le novità che ci apprestiamo a vivere nella costruzione di un futuro migliore per il mondo dei media in un  paese che nella sua voglia di riformata modernità non può prescindere dal miglioramento della qualità complessiva dell’ informazione. Che al momento resta profondamente malata, ancora ingabbiata in logiche desolatamente vecchie, legate a criteri politico-economici sempre più distanti dalle richieste di un pubblico che vede altre forme di accesso alle notizie, supportato da tecnologie in costante evoluzione capaci di offrire nuovi strumenti di diffusione tanto veloci nell’affermarsi quanto troppe volte precari nella loro ondivaga credibilità….

Ecco, la parola qualità deve essere al centro della riforma del nostro sistema informativo: qualità coniugata con correttezza e trasparenza. Il più lontano possibile da conformismo, ripetitività, omologazione e prassapochismo, che fanno ormai parte di quel giornalismo urlato e becero, votato più al sensazionalismo che al desiderio di informare. Occasioni per una riflessione sullo stato dei media nei prossimi mesi non mancheranno di certo.

Cito un esempio per tutti, forse l’occasione migliore : la riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. E prima ancora che il suo riassetto societario, prima ancora che il ridisegno del suo staff dirigenziale, deve premere la “mission” editoriale, il “cosa fare per giustificare l’esistenza di un servizio pubblico” in Italia. Ed ecco che al centro deve allora esserci nuovamente la parola qualità, per far sì che il prodotto offerto ad una platea sempre più distratta ed apatica, torni ad essere valutato come meritevole di un canone e di un sostegno da parte dell’opinione pubblica, clamorosamente venuto meno negli ultimi vent’anni di vita della RAI.

Iniziamo da qui, rivedendo priorità ed obiettivi editoriali, magari sporcandoci nuovamente le scarpe per un giornalismo “vero”, quello auspicato da molti, non asserragliato attorno ai palazzi del potere, ma piuttosto impegnato nell’illuminare quelle periferie tanto care a papa Francesco e tanto più vicine agli interessi ed alla curiosità vera di un pubblico, sempre più distante dal mondo che per troppi anni i nostri giornali e le nostre televisioni hanno inseguito.

* Premio giornalistico Marco Luchetta, da articolo21.org, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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