Sugli F35 sapore di beffa. Per Sel la Pinotti mente. Quei numeri ballerini

Ennio Remondino commenta su “RemoContro”  le accuse mosse da Sinistra,Ecologia e Libertà al ministro della Difesa sulla nota vicenda degli F35. Ricorda le “ultime parole famose” dei leaders al governo. “Sono da sempre contrario” (Berlusconi). “Soldi buttati via” (Renzi). “Una spesa da rivedere e limitare” (Bersani). La Pinotti da sottosegretario nel 2013 ne voleva al massimo 15. Nel 2014 da ministro cambia idea: “I 90 caccia? Nè confermati, né disdetti”. Risultato? Entro il 2020 l’Italia comprerà i primi 38, e poi se ne riparlerà ancora. Ma quanti saranno alla fine nessuno lo dice. 

 

Remondino Ennio***di Ennio Remondino, 28 maggio 2015 – Che Roberta Pinotti sia una delle ministre di più facile inciampo è forse vero, ma pare difficile che si faccia cogliere con ‘le dita nella marmellata’, nel mentire al Parlamento. Eppure le accuse che arrivano da Sinistra ecologia e libertà, lo stesso partito della presidente della Camera Boldrini, sono piuttosto pesanti. “Il Parlamento ha potuto finalmente leggere il Documento Programmatico della Difesa dove si scrive che per gli F35 la spesa prevista è ancora di 10 miliardi e che con queste risorse il programma sarà completato il 2027. Quindi nessun dimezzamento della spesa globale”.

Si parte dunque da quella mozione parlamentare del 2014 che impegna il governo a tagliare a metà l’iperbolico progetto F-35. “Dopo l’approvazione di quella mozione- ricorda il capogruppo di Sel, Scotto – ci hanno detto in questi mesi che avremmo dovuto pazientare e attendere l’uscita del Libro Bianco della Difesa, cosa avvenuta qualche settimana fa, dove però sugli F35 non c’è nemmeno una riga. Ci hanno detto poi che avevamo capito male e che avremmo dovuto leggere il Documento Programmatico Difesa, dove però il programma F35 viene confermato nella sua spesa globale”.

Detta così, appare davvero che qualcosa non funzioni. La sgradevole percezione dell’occultato, delle procedure che non amano la trasparenza. Sel è dura: “La sostanza è semplice: il governo, benchè il Documento Programmatico parli di ‘rispetto delle mozioni’, ha clamorosamente preso in giro gli italiani, non ha mantenuto gli impegni, ha imbrogliato il Parlamento. Il ministro della Difesa ha mentito. Per questo Sel annuncia che nei prossimi giorni raccoglierà le firme per formalizzare e depositare una mozione di sfiducia nei confronti del ministro Roberta Pinotti”. Altro inciampo di volo.

Dal Ministero la risposta pare affidata ai generali, stando almeno al linguaggio usato. Sfrondata dal burocratese, si sostiene che “azioni” e “comunicazioni” del ministro in materia “sono sempre state improntate alla massima trasparenza, correttezza d’informazione e onestà d’intenti”. Poi il ripasso del già detto: Nel Dpp, ricorda il ministero, “sono contenute due precise scelte che il governo ritiene giusto fare: la prima, di breve-medio periodo, limiterà fino al 2020 le acquisizioni di velivoli JSF a quelli strettamente necessari a sostituire le capacità che saranno perse nei prossimi anni”. Quanti?

Non si sa. “Tale numero, oggi ipotizzato fino a un massimo di 38 velivoli (e l’eventuale minimo?), si pone in grande riduzione sia rispetto ai 101 originariamente previsti per questo lasso di tempo, sia alle diverse ipotesi che erano state fatte nel corso degli ultimi anni”. Ma attenzione alla fase due. “Nel medio-lungo termine, si prevede una rimodulazione della pianificazione (si rifanno i conti di quanti F35 comprare?) dell’intero programma per generare, fino al 2026, ulteriore efficientamento della spesa”. Linguaggio demenziale da ‘efficientare’, in nome di Dante. E del diritto nostro a capire.

Azzardiamo una traduzione nostra. Da qui sino al 2020, arriveranno dalla Lockheed Martin ben 38 Joint Strike Fighter-F3 certamente già concordati. Molto meno rispetto ai 101 originariamente previsti in tempi di vacche grasse, ma in tutto il mondo si taglia rispetto a costi che stanno divenendo insopportabili. Ma ci sarà tempo per recuperare, nella seconda fase, di medio-lungo termine, fino al 2026, per il famoso ‘efficientamento della spesa’. Ma già si mettono le mani avanti: conti da fare non solo in uscita, ed ecco gli indefiniti ‘ritorni industriali’ calcolati in 1,6 miliardi di dollari. Bah.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti