Una lettera da Fabrizio Barca: la sperimentazione è finita, ora una proposta per il PD

“Ottimista per natura”si definisce Fabrizio Barca. E io spero sinceramente che ne abbia anche motivo. I miei amici sanno che ho condiviso fin dagli inizi il suo progetto di rinnovamento, la sua “nuova idea di partito e di governo”. Quel progetto aveva (ha) il merito di tagliare il nodo corruttivo che ha sempre legato, in Italia come altrove, la politica dei partiti al governo delle istituzioni e della pubblica amministrazione.

“Il partito nuovo – scrive infatti nel libro che racconta il suo “viaggio in Italia” tra i circoli del PD (La traversata, ed, Feltrinelli, 2013) – sarà rigorosamente separato dallo Stato, sia in termini finanziari…sia prevedendo l’assoluta separazione tra funzionari e quadri del partito ed eletti o nominati in organi di governo, sia organizzandosi in modo da attrarre il contributo di lavoro (volontario o remunerato) di persone di buona volontà per periodi limitati di tempo, sia stabilendo regole severe per scongiurare ogni influenza del partito sulle nomine di qualsivoglia ente pubblico. Sono queste le condizioni affinché il partito sia di effettivo sprone per lo stato, chiunque lo governi, e affinché iscritti e simpatizzanti nonché dirigenti locali da loro scelti abbiano l’incentivo a impegnarsi nella mobilitazione cognitiva e tornino a essere determinanti per la selezione della dirigenza nazionale”.
E di questa “mobilitazione cognitiva” propone in quel libro un esempio concreto, che mi pare possa avere qualche punto in comune con i nuovi movimenti politici generati in Grecia e in Spagna e per qualche aspetto col movimento cinque stelle. “Prendiamo il PD, scrive. Ha seimila unità territoriali: potrebbe metterle in Rete. Ogni associato che realizza iniziative con il partito caricherebbe la descrizione della sua attività volontaria, dei progetti ai quali partecipa e dei loro esiti, come avviene nelle grandi organizzazioni di volontariato, per esempio Amnesty International. E’ la mobilitazione cognitiva”.

Questa era – e spero continui ad essere – l’affascinante novità del modello Barca e al tempo stesso la sua formula qualificante. Ma già allora chiunque poteva notare come quel modello organizzativo e gestionale contrastava radicalmente con la “forma” data al PD dall’attuale gruppo dirigente e dallo Statuto oligarchico che pure è stato e continua ad essere alla base del suo potere. A cominciare dal segretario premier eletto con le primarie “aperte ai passanti” e più in generale alla leadership costruita con il peso determinante non già del confronto di base nei circoli ma del sistema mediatico. Quando glielo  feci notare in un incontro del circolo del PD di Roma Centro storico, al quale entrambi siamo iscritti, ammise che bisognava “rivoltare il partito come un calzino”.

E oggi? Oggi resto convinto che il cambiamento verrà dai circoli o non verrà affatto, ma non posso nascondermi che anche la base del partito è già avviata a subire, senza un cambio di direzione politica e organizzativa, una profonda metamorfosi.  La base del PD non può restare a lungo la stessa in un “partito della nazione” che ribattezza “di sinistra” le proposte della confindustria avversate dal sindacato. Nè può campare alla giornata sugli annunci a valanga del decisionismo renziano. Cala il numero degli iscritti ma soprattutto cala la partecipazione democratica dei medesimi.

Per poter contare qualcosa, i circoli dovrebbero ricevere dall’elettorato e dalle realtà associative del  territorio in cui operano una capacità di pressione sui vertici del partito e della pubblica amministrazione centrale e periferica che oggi sono ben lontani  dall’avere. E la tradizionale comunicazione “di corrente” col proprio leader di riferimento dovrebbe essere accompagnata, meglio ancora sostituita da una comunicazione di tipo orizzontale tra i circoli che li liberi dall’attuale isolamento. Una comunicazione in grado di illuminare e rappresentare le periferie. Ma questo implica un  potere reale e diffuso che sia almeno equivalente a quello che viene oggi assegnato col clientelismo e con le tribune del sistema mediatico.

Nella lettera che segue Fabrizio Barca si dichiara convinto “che costruire un partito-palestra di volontari è difficile ma possibile, e può fare la differenza”. Se nella Sala delle conferenze del Nazareno, il 13 giugno prossimo, riuscirà a sua volta a convincermi che questa “conversione” è davvero possibile senza rinunciare alla formula qualificante del modello iniziale e senza che il PD rinunci ad esercitare un peso effettivo sulla politica nazionale e locale, saluterò il “miracolo” con un applauso. E l’ottimismo della volontà potrà avere finalmente la meglio sul pessimismo della ragione (nandocan).

Barca ai Giubbonari 2 (pres luoghi)***da Fabrizio Barca, 25 maggio 2015 – Carissimi, un anno fa abbiamo lanciato la nostra scommessa: 13 progetti  in 13 luoghi d’Italia; 13 “nuclei territoriali” Pd disposti a lavorare con determinazione per il raggiungimento di risultati concreti e misurabili; centinaia di volontari impegnati per capire e mostrare nei fatti come costruire un partito-palestra, di sinistra, che raggruppi persone con interessi diversi attorno a un’idea comune di avanzamento sociale per “concorrere in modo democratico a determinare la politica nazionale”.

Siamo convinti che il PD, nonostante le sue criticità (anche gravi) e grazie alle sue  forze (talora notevoli), sia il luogo dove oggi questo disegno potrebbe crescere. Ma poiché non abbiamo alcuna verità in tasca, né sul modello di partito né sul PD, è poiché la sfiducia dei cittadini nei partiti tutti (e nello Stato) è altissima e ciascuno è pronto (forse) a fare la sua parte solo quando vede “i fatti”, abbiamo messo la nostra idea alla prova del campo, in una sperimentazione nazionale realizzata con i circoli PD in giro per il paese. Con l’obiettivo di convincerci che un partito-palestra può fare davvero la differenza per la qualità del governo della cosa pubblica. “Convincerci per convincere”.

Bene, la sperimentazione è finita. Dopo dodici mesi di lavoro e il concorso di oltre 1000 finanziatori  su obiettivi che toccano la vita di circa un milione di persone, ci siamo convinti. Ci siamo convinti che costruire un partito-palestra di volontari è difficile ma possibile, e può fare la differenza. Che il PD intero potrebbe trasformarsi in un partito-palestra se a livello nazionale fosse realizzato un progetto di rinnovamento che contrasti con forza, metodo, ed entusiasmo il “partito degli interessi” e della collusione con l’Amministrazione. 

E così, sulla base dell’esperienza fatta, di quello che abbiamo appreso, siamo pronti ad avanzare al vertice del PD e al PD tutto una proposta: fare proprio il metodo della sperimentazione, mettendolo a regime in un Laboratorio dell’attivismo territoriale, e ridare vita allo Statuto del partito, cambiandolo dove necessario.

Il 13 giugno alle ore 10.00 presso la Sala Conferenze del Nazareno, racconteremo i risultati della nostra sperimentazione e avanzeremo al PD una proposta. Anzi tre.

Conto, contiamo tutti noi che abbiamo lavorato a Luoghi Idea(li), sulla tua partecipazione,

Fabrizio Barca

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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