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“La Siria di padre Paolo e oltre”. Il 26 maggio un convegno alla Fnsi

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Nel suo libro “Collera e luce” padre Paolo Dall’Oglio avvertiva che anche a volerla guardare con disinteresse la tragedia di Siria già irrompeva nella nostra quotidianità con una marea di profughi inarrestabile, ingestibile. “Intenzionalmente – scrive Riccardo Cristiano –  si è fatto della Siria e dell’Iraq un laboratorio capace di produrre Frankenstein” (nandocan).

***di , 24 maggio 2015* – Di lui, del gesuita Paolo Dall’Oglio, non si hanno più notizie dal 29 luglio 2013, giorno del suo rapimento. Sono passati quasi due anni ormai. Ha ancora un qualche significato parlare di lui non come sequestrato inghiottito nel buio dell’orrore siriano, ma come lettore, analista, protagonista di un impegno spirituale, culturale e politico per quel devastato Paese? Esiste ancora la “sua” Siria?

Da tempo “Il Mondo di Annibale” e “Articolo21″ sono certi che leggere, o rileggere, quanto ha detto e fatto padre Paolo per la Siria e in Siria sia non solo un dovere civile ma anche una necessità di stringente attualità, indispensabile soprattutto davanti all’impasse in cui il mondo sembra precipitato davanti a una devastazione che ha prodotto la più grande e non certo conclusa tragedia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’impegno della Federazione della Stampa a promuovere una riflessione spassionata e appassionata al riguardo è di estrema rilevanza. Soffermarsi sul suo impegno e le sue convinzioni, alle volte brusche, non mira a creare altari ma obbliga ad andare oltre dannose rimozioni e ancor più dannosi steccati.

Le migliori e più drammatiche conferme di questo le hanno date recentemente l’arcivescovo caldeo di Kirkuk, il domenicano Yousif Thoma Mirkis , che ha cura delle migliaia di cristiani di Mosul scacciati disumanamente dalle loro abitazioni dai terroristi dell’ISIS e il nunzio apostolico in Siria, Monsignor Mario Zenari. Il primo ha detto che “il nostro nemico non è solo davanti a noi, è anche dentro di noi, sotto forma di paure e ideologie che ci bloccano. [.] Anni fa ho scritto un articolo nel quale affermavo che con l’invasione dell’Iraq gli americani hanno aperto il vaso di Pandora. Ma quel che c’era dentro quel vaso ve lo avevano messo le dittature, nel nostro caso quella di Saddam Hussein; dittature che hanno aperto la perdurante guerra contro la cultura.” Monsignor Mario Zenari, nelle ore drammatiche del sequestro di padre Jacques Murad, dopo aver ricordato che sono almeno 20mila i siriani sequestrati da questo o da quello, ha sottolineato che ” i cristiani qui credo abbiano una missione particolare: di aiutare e fare da ponte tra le varie contrapposte posizioni e fazioni”.

Cogliere la centralità di queste riflessioni, in una prospettiva cristiana, è importantissimo per cogliere la riflessione che padre Paolo Dall’Oglio ha portato avanti per trent’anni, e capire che il vivere insieme è possibile nel Grande Levante se si riconosceranno e favoriranno i moderati nei due campi in lotta e non il contrario, come purtroppo sembrerebbe accadere dall’inizio di questo sconvolgente conflitto. Chi ancora oggi preferisce nascondersi dietro la criminalizzazione di intere comunità, forse, ascoltando, potrà rendersi tardivamente conto di essere caduto in terribile errore, costellato di attacchi chimici, azioni genocidarie, torture sistematiche e di massa, pulizie etniche: ecco come, intenzionalmente, si è fatto della Siria e dell’Iraq un laboratorio capace di produrre Frankenstein.

Lo sconvolgente rapporto dello Spiegel che, documenti alla mano, ci dice come sia stato un agente dei “laicissimi” servizi segreti iracheni a progettare l’ISIS non può non indurci a riflettere. Così come le parole dell’indiscusso studioso dell’ISIS Hasan Hasan, per il quale la macchina propagandista dell’ISIS fa irruzione nei cuori di tanti giovani, cioè di chi è diventato un ragazzo e poi un adulto con le immagini di quegli indicibili crimini negli occhi….

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* da articolo21.org, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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