Il timido Giovanni Falcone, l’ intervistato impossibile

Per commemorare Giovanni Falcone a 23 anni dalla strage di Capaci, vi propongo questa bella testimonianza di Ennio Remondino, che aveva avuto occasione di intervistarlo per il Tg1. Anche a me, che lavoravo al TG2, è capitato di fargli visita nel suo bunker palermitano, dove mi sembrò di avvertire quasi fisicamente la drammaticità e il coraggio di quella scelta professionale e di vita. Ricordo l’incontro con una certa emozione. Intervistare Falcone, come scrive Ennio, era “il sogno di ogni ‘cronista d’assalto’ che dopo i morti brigatisti inseguiva le stragi di mafia” (nandocan)

C’è una intervista, rara, ripescata in un resumè Rai  e messa in pagina anche sul sito Facebook di RemoContro, fu fatta subito dopo la fine del maxi processo alla mafia. La ottenni, credo, più per il fatto di essere l’inviato del Tg1 che per il prestigio personale. Lo debbo confessare. Ed era ancora la stagione degli entusiasmi, anche se sotto sotto già circolavano i veleni. Giovanni Falcone l’ho frequentato poco. Non posso dire di essere stato suo intimo, suo amico, anche se avevamo un ottimo rapporto. Troppi oggi si dichiarano suoi amici, pochi lo sono stati realmente. Lo conoscevo, lo incontravo, lo stimavo, e nelle mie possibilità lo difendevo dai colpi a tradimento che gli venivano dai suoi stessi colleghi magistrati, quelli (oggi immemori) che al Consiglio superiore della magistratura lo bocciarono come capo dell’Ufficio Istruzione. Distruggendo di fatto la allora efficientissima ma delicata macchina del pool antimafia.

Soltanto anni dopo, attraverso l’amicizia personale che riuscii ad instaurare con Masino Buscetta e nel corso di decine di colloqui in carcere per arrivare alle due diverse interviste televisive fatte a don Tano Badalamenti, iniziai a capire veramente qualcosa di mafia. Qualcosa oltre le ingenue domande che feci allora. Ma lui, Giovanni Falcone, allora era già morto. Rimpianto personale profondo. Essere stato escluso dall’allora direttore del Tg1 Bruno Vespa dal vedere e raccontare di Capaci e via D’Amelio. Ero in castigo, destinato all’esilio delle guerre jugoslave. Peccato per quei messaggi criptici che nel carcere di Memphis, in Tennessee, mi lanciò Tano Badalamenti. Il suo dire e non dire, il sottintendere, che avrebbe avuto bisogno delle orecchie di Giovanni Falcone per poter essere decrittato e reso utile per lo Stato.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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