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Ieri la Dichiarazione di guerra. E oggi?

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A proposito degli effetti indesiderati che le guerre producono sulla nostra umanità, mi è capitato proprio stamani di leggere una citazione di Philippe Ariès (Storia della morte in occidente) commentata da Ernesto Balducci nel saggio su  “Il terzo millennio” del 1981. “Un carattere significativo delle società più industrializzate – aveva scritto Ariès – è che la morte vi ha preso il posto della sessualità come principale tabù.E’ un fenomeno recente e scoperto molto di recente. Fino ai primi del XX secolo l’atteggiamento davanti alla morte era presso a poco lo stesso in tutta l’estensione della civiltà occidentale. Quest’unità si è rotta dopo la prima guerra mondiale. Gli atteggiamenti tradizionali sono stati abbandonati dagli Stati Uniti e dall’Europa industriale del Nord Ovest; sono stati sostituiti da un nuovo modello da cui la morte era stata come evacuata”. Da allora – commentava Balducci – “al posto delle parole e dei segni della morte, si è diffusa la parola d’ordine: tacere la morte! L’angoscia si è fatta anonima, indicibile. La psichiatria in larga misura si è sviluppata non già per riconciliare con la prospettiva della morte i soggetti afflitti da angoscia ma per ripulirli da questa angoscia e restituirli al gioco della società del consumo e dell’edonismo”.  Capita tuttavia, prosegue più oltre Balducci, che “quando si perde il senso della propria morte come evento intangibile e non riducibile a merce, allora si perde il senso della propria finitudine e quindi della propria autenticità umana. E’ largamente avvenuto”.(nandocan).

***di * – Domenica 23 maggio 1915. L’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria. Lunedì 24 maggio 1915. Le truppe italiane attraversano il fiume Piave. Al confine con il Trentino austriaco parte il primo colpo di cannone italiano. A poche centinaia di chilometri sul confine orientale, nel comune di Drenchia, un proiettile austriaco uccide il primo giovane soldato italiano. Aveva 19 anni e mezzo. Dopo di lui ne moriranno a centinaia di migliaia, come carne al macello, portando il lutto in quasi tutte le famiglie italiane. Dopo 1260 giorni la guerra finì con una vittoria militare ma, tra la povera gente, si continuò a morire di malattie e miseria. Poi venne il fascismo, le guerre in Africa e un’altra guerra mondiale, più grande e devastante della prima.

Dicono gli storici che la decisione di trascinare gli italiani in quella guerra fu il risultato di un “lungo, tormentato, contraddittorio e insieme spregiudicato processo interno al ceto politico, militare ed economico dirigente”. Non fu uno scontro tra pacifisti e guerrafondai. La logica del confronto era quella della “convenienza”, “dell’utilità”, “dell’opportunità”, “degli interessi”, della politica di potenza. La paura non era quella della guerra ma di essere “tagliati fuori dalla grande contesa europea e dalla conseguente risistemazione geopolitica globale”.

Così, dopo nove mesi di incertezze mascherate dall’iniziale dichiarazione di neutralità, si arriva alla fatidica decisione: è guerra! Un’agguerrita pattuglia di intellettuali interventisti accoglierà entusiasta l’annuncio. Ma dopo il “Maggio radioso” vennero lunghi mesi oscuri, devastanti, orrendi, tristi. E i mesi diventarono anni. Dopo la guerra, in tanti hanno provato a trasformare quella carneficina in un evento carico di senso positivo, quasi sacro. Trascorso un secolo molte cose sono cambiate ma non il tentativo di legittimare la guerra.  Il punto critico resta quello delle finalità. La guerra è una tragedia ma se serve a “fare l’Italia e gli italiani”, a “forgiare l’identità nazionale”, ad “adempiere al compito sacro di difendere la nazione”, allora diventa un evento da celebrare. L’orrore della guerra viene sostituito dall’esperienza della guerra. Le atrocità, le brutalità, le sofferenze lasciano il posto alla rievocazione della gloria, dell’obbedienza, del coraggio, dello spirito di sacrificio. L’obiettivo non è tanto giustificare una strage del passato quando rendere accettabile la possibilità di riviverla oggi.

Cento anni fa la decisione di entrare in guerra venne presa da un piccolo gruppo di persone, il re, il governo, i vertici militari e, infine, il parlamento. Oggi, che la guerra è vietata dal diritto internazionale dei diritti umani e, in Italia, dalla Costituzione, imbracciare le armi è diventato più difficile. Ma non impossibile. Tant’è che dalla fine della guerra fredda siamo stati coinvolti ufficialmente in ben sette altre guerre: due volte in Iraq, in Somalia, Bosnia, Kosovo, Afghanistan e in Libia. Ma i bene-informati sostengono che i nostri soldati sono operativi anche in altri scenari.

Certo oggi non si usa più dichiarare guerra a nessuno. E’ politicamente scorretto. A meno che non si presenti con il volto impresentabile dei tagliagola. Quando serve, la guerra si fa senza bisogno di dichiararla. Oppure la si occulta, la si commissiona ad altri. E se proprio si deve mobilitare le proprie forze armate basta chiamarla “missione di pace”. A volte si invoca la copertura dell’Onu, ma se non la si ottiene ci si organizza con il fai- da-te delle “coalizioni dei volenterosi”.

Caduto il muro di Berlino qualcuno scrisse che era scoppiata la pace. Altri dissero che la guerra avrebbe avuto un futuro più ampio del passato. Avevano ragione i secondi. Che ci piaccia o meno con questa realtà dobbiamo fare i conti, sempre più spesso, per lungo tempo. E allora quale deve essere il nostro atteggiamento? Ci tiriamo fuori? Ci lasciamo coinvolgere? Calcoliamo il nostro tornaconto? Decidiamo opportunisticamente quando, cosa e come ci conviene come cento anni fa? Oppure pensiamo che il rischio è troppo grande, che il pericolo è troppo esteso, che la situazione è troppo complicata, che la guerra è diventata ingestibile, incontrollabile e dunque inutilizzabile? E ci assumiamo la responsabilità di spegnere gli incendi e fermare le uccisioni?

* Coordinatore della Tavola della pace

PS: Un secolo fa, nel mezzo di una gravissima crisi internazionale, i nostri dirigenti ebbero l’avventatezza di scrivere una tragica dichiarazione di guerra. Oggi, siamo pronti a sottoscrivere una dichiarazione di pace?

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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